In taxi tra Turku e Bangkok. Viaggio ai confini della memoria

Il corrispondente de La Rondine dai confini dell’impero da un po’ di tempo tace. Qualche amico, un po’ preoccupato, ha fatto le debite ricerche e ha finito per rintracciarlo, non senza fatica, ma sano e salvo, nel Triangolo d’oro. Siamo tutti sollevati: naturalmente non era scompars,o come Jim Thompson. Ma forse è meglio che sia lui stesso a spiegarsi. Ecco che cosa ci ha raccontato.

Alla fine di maggio sono partito per la Thailandia. Il solito, affollato, aeroporto di Vantaa. La fretta, la gente che al controllo di sicurezza spinge, svuotarsi le tasche, togliersi l’orologio, attenzione al portafoglio, dove è finita la cintura, ma non sapeva che la bottiglietta d’acqua non si può portare? Insomma, alla fine il computer è rimasto sul nastro, dimenticato dal distratto viaggiatore. Arrivato a Bangkok, in hotel apre il trolley e…oh Dio, anzi, oh Buddha, e il computer dov’è? Si ricostruisce a danno della senilità del viaggiatore la scena all’aeroporto e si arriva all’amara conclusione. Resa un po’ meno amara dall’efficiente servizio oggetti smarriti di Vantaa, che promette di conservare il prezioso oggetto fino al ritorno dello sbadato viaggiatore, che ora, per scrivere queste righe deve giostrare tra lettere latine e siamesi di una tastiera poco familiare prestatagli da una gentile signora di nome Mem.
Ma il silenzio del viaggiatore ai confine ha anche un altro motivo: abituato a descrivere la bella terra di Suomi, giunto in Prathet Thai (la Thailandia) si accorge di non pensarci più alla Finlandia, che pur con tanta generosità lo ospita da tanti anni. Anzi, se solo potesse, quel biglietto di ritorno lo getterebbe nel Mekong, per vederlo fluttuare fino al lontano delta saigonese.

Intendiamoci, l’approccio con la Thailandia è ben altro che idilliaco, passando per Bangkok. Città impossibile ed invivibile, almeno per chi è abituato al pigro fluire del traffico nelle ore di punta turkuensi. A Bangkok, all’ora di punta, non fluisce assolutamente nulla. Le macchine se ne stanno immobili per lunghissimo tempo, imbottigliate nel traffic più infernale del pianeta (altro che quello di Palermo esecrato da Benigni in Johnny Stecchino).
A Turku, per andare da casa mia all’aeroporto impiego al massimo venti minuti. A Bangkok c’è chi (dipende da dove si abita) deve mettere in programma anche quattro ore per arrivare allo scalo. E se non c’è l’imbottigliamento, c’è l’alluvione. Nella stagione del monsone le strade della capitale si ingolfano di acqua, che arriva alle caviglie e oltre. Per fortuna è tiepida, come quella che un cielo nemico vi riversa addosso per ore.

Ma tutto questo serve a sottolineare la fantozziana remissione al fato che rende I bangokkiani il popolo più amabilmente paziente ed educato del pianeta. Ho passato due ore nel taxi per andare dal mio hotel all’università di Chulalongkorn, la maggiore della capitale e della Thailandia.

Ebbene, ce ne stavamo lì immobili, in quel fiume di auto rigorosamente giapponesi, e nessuno suonava il clacson, nessuno si agitava, o malediceva il governo (da noi tradizionalmente ladro quando piove). Il volto del tassista era impassibile, come quello dei Buddha nel momento del trapasso nel Nirvana. Mancava dunque quel colore che ho il piacere di cogliere quando torno a Firenze, e il taxi resta per un po’ fermo nell’attraversamento del centro cittadino. Oppure se sono sul bus che dal Campo di Marte mi porta in via Martelli. Appena resta fermo per un po’, l’antico spirito corrosivo dei fiorentini riemerge in tutta la sua pienezza.

Sul bus di Bangkok, ancora più affollato di quello dell’ATAF fiorentina, a causa della lunghezza della sosta e anche del caldo, la situazione potrebbe degenerare in una aperta rivolta armata. Ma anche qui nulla, e l’attesa èconfortata dai dolci sorrisi dei passeggeri quando ti guardano per esprimerti la loro solidarietà.
È vero, i thailandesi sono famosi per il loro sorriso, ma è un tratto che hanno in comune con gli indocinesi; Tiziano Terzani citava il “sorriso khmer” che gli salvò la vita quando finì davanti ai kalashnikov degli Khmer rossi cambogiani. È un sorriso che vi accompagna per tutto il viaggio, dalla capitale alla campagna, fino alle alle montagne del Triangolo d’oro.

E quel sorriso l’ho trovato anche al Dipartimento di italiano dell’università di Chulalongkorn. Mi ci ha accompagnato il prof. Dinar Boontharm, storico del Sud-est asiatico e soprattutto caro amico. Lo scopo era di attivare l’accordo che esiste tra l’università di Turku e quella di Chulalongkorn (che porta il nome del più famoso dei re della dinastia dei Chakra o Rama, ancora regnante) in merito allo scambio di docenti e ricercatori.

A ricevermi trovo la professoressa Lohapon, direttore del Dipartimento di Lingue Occidentali e cattedratica di italiano insieme ai suoi collaboratori. In un Paese dove perfino l’inglese sembra essere lingua rara (iI thailandesi in quanto a possesso delle lingue superano perfino i finlandesi, che notoriamente tacciono in sei lingue) poter parlare l’italiano e sentirlo parlare con accento toscano da questi simpaticissimi colleghi sembra essere quasi irreale.

La prof. Neung Lohapon  (come è piccolo il mondo!) ha studiato a Firenze con Ghino Ghinassi, che era assistente quando feci il mio primo esame di storia della lingua con Bruno Migliorini. Si dedica ora in particolare allo studio delle relazioni tra Thailandia e Italia, che sono molto più approfondite di quanto si potrebbe pensare. Una parte dei palazzi regali portano l’impronta di una architettura italiana. I nostri pittori li hanno affrescati, anche con temi realtivi alla vita di Buddha e dei re siamesi. Si traduce però poco e il progetto di pubblicare in lingua thai la Divina Commedia ancora non è arrivato in porto. Con la solita saggezza, il ministero degli esteri italiano ha chiuso anni fa il lettorato di italiano, avventata decisione in un Paese dal grande potenziale per le relazioni con l’Italia.
In Italia (e ovviamente in Finlandia) si dovrebbe far meglio conoscere questo splendido Paese, meta di migliaia e migliaia di turisti, che però ne vedono quasi esclusivamente o i lati da cartolina illustrata o da mercato del sesso.
Ma di quest’altra Thailandia ne parlerò in un’altra occasione. Arrivato nell’estremo nord del Paese (il destino del viaggiatore abituato a sentire il fascino del Nord, anche se si trova a Sud) e cioè a Chiang Rai, capitale del famoso e famigerato Triangolo d’oro, i temi dell’attualità accademica si fanno esili e inconsistenti.

Per arrivare qui il treno da Bangkok impiega 12 ore, e si ferma a Chiang Mai, poi, la mattina seguente, altre tre ore di bus. E sul treno che si arrampica sulle montagne coperte di densissimi boschi si ha il tempo di pensare a quanto abbiamo letto tanti, tanti anni fa.

Quella foresta la conosciamo già. E anche quelle poche capanne che vediamo emergere nella giungla ci sono familiari.
Saranno di temibili dayaki fuggiti da Mompracem?

(Ai confini dell’impero. 58)

La Rondine – 3.7.2017