Centenari, celebrazioni, e garibaldini, tra mito e storia

Scrivo queste note la vigilia di Capodanno, giorno in cui si comincia a meditare “di che cosa scriverò l’anno prossimo?” Si cerca così nella memoria l’anniversario ricorrente, che dà facile spunto di commento e meditazione (anche se queste celebrazioni servono più a mettere in soffitta la memoria di certi avvenimenti che a continuarne il ricordo). In Finlandia sono da poco terminato le celebrazioni del Centenario dell’indipendenza. Secondo lo stile finlandese sono state sobrie, mai sopra le righe. Era giusto ricordare come la Nazione sia diventata indipendente e come essa sia entrata nel novero degli stati moderni. Con molta equanimità si è voluto ricordare il ruolo della Russia bolscevica come quello dei Bianchi e perfino del re di Finlandia, che per brevità di regno supera perfino quella del nostro “re di maggio” Umberto II di Savoia.

La Finlandia è il tipico esempio di nazione ottocentesca, anche se arriva all’indipendenza o all’unità in ritardo rispetto ad altre, ma pur sempre sulla scia di una presa di coscienza nazionale iniziata comunque praticamente già all’indomani della sua assimilazione nell’impero zarista. Celebrando il 1917 si sarebbe quindi potuto allargare con maggiore profondità l’analisi al periodo che lo precedette, che possiamo genericamente definire come “russo”. I conti con questo passato la Finlandia a mio parere non li ha ancora fatti. Del resto, uno storico come Matti Klinge, con i suoi studi appunto sulla Finlandia zarista, aveva indicato la strada di una revisione storica, che portasse non alla condanna idologicamente impostata del secolo russo, ma ad un suo esame sulla base di quanto la Finlandia guadagnò nel passaggio dalla Svezia all’impero zarista in termini di sviluppo economico, culturale e di buona amministrazione.

Si è molto parlato, ed esagerato, in questa valutazione, degli anni più difficili, che sono quelli dell’imposizione da parte di Nicola I e Nicola II di misure che limitarono la libertà di espressione politica e mediatica dei finlandesi, ma questa non fu certo una oppressione, se consideriamo quanto avveniva in altre parti dell’Europa coeva. Del resto i finlandesi, con qualche rara eccezione, furono sudditi fedeli, e soprattutto pazienti. Non si rivoltarono contro lo zar, che peraltro aveva concesso loro uno status privilegiato nell’ambito dell’impero, non prepararono eserciti di fuoriusciti, e si limitarono a una critica espressa spesso, sulla stampa, col sistema del “parlare a nuora perché suocera intenda”.

E cioè, la critica alla Russia passava attraverso la critica o l’esaltazione di altre realtà socio-politiche, a cominciare dall’Austria e dal nostro Risorgimento. La comune opinione era che come la Finlandia era “oppressa” dall’impero russo, ricordiamo che Nicola I aveva imposto una severa censura sulla stampa, riducendo la libertà di riunione e limitando perfino i viaggi all’estero, forieri di idee rivoluzionarie, così l’Italia lo era da quello austro-ungarico, e come la Finlandia avrebbe voluto sottrarsi al giogo di Mosca, così gli italiani si sarebbero voluti scrollare di dosso quello di Vienna.

In Finlandia nasce il mito della lotta italiana per l’unità, fatta contro l’Austria, ma anche, viene fatto notare sui giornali e sulle gazzette finlandesi, contro lo Stato della Chiesa e in misura minore quello delle Due Sicilie. In Finlandia si sviluppa, come del resto in altre parti d’Europa, il mito di Giuseppe Garibaldi. L’Eroe dei Due Mondi che impressiona con la sua iconografia sapientemente gestita larghe masse popolari, tanto che in Finlandia ci fu anche chi ebbe al battesimo il nome di “Garibaldi”. E ci fu anche chi desiderò partire per unirsi alle sue truppe. E’ il caso del famoso “garibaldino finlandese”, come viene immortalato nel marmo di Carrara Herman Liikanen, il cui busto si erge nel parco del Pincio dove si trovano gli altri garibaldini, a poca distanza da Villa Lante.

Di Herman Liikanen avevo promesso al direttore della Rondine di parlare in una mia “lettera dai confini”, ma la lettera è diventata, a causa della complessità dell’argomento, una piccola monografia, che sarà presto pubblicata come “Quaderno di Settentrione”. E, per il dispiacere degli estimatori di Garibaldi (e dei discendenti di Herman Liikanen) lo storico per forza di cose revisionista è arrivato alla conclusione che Liikanen non fu affatto garibaldino, non combatté con le sue truppe, anzi fece parte di quella Legione Ausiliaria Ungherese, integrata nell’esercito sabaudo, che si macchiò di numerosi crimini di guerra nella repressione del brigantaggio proprio nel breve periodo  (sei mesi) in cui Liikanen vi fu arruolato, per poi congedarsi in tutta fretta. Ma di tutto questo a più tardi, quando uscirà l’annunciato “Quaderno”.

Studiando la vicenda del falso garibaldino finlandese mi sono riaccostato alla nostra storia del Risorgimento per la parte che riguarda la conquista del Sud, come, giustamente Carlo Alianello in un suo bellissimo libro chiamò quanto seguì la spedizione dei Mille. Mi sono accorto di una discrepanza eclatante. Oggi esistono diecine e diecine di monografie, centinaia di articoli di giornale e di siti internet che presentano una “controstoria” degli anni 1860-1870. Sono ovviamente, ma non tutti, di origine meridionale, ma tendono appunto a riscrivere una storia che è stata fatta, ancora una volta, dai vincitori.

La discrepanza sta nel confronto con quanto nel 2011 si celebrò in occasione dei 150 anni dell’Unità. Un fiume di retorica che non permise alla voce del Sud di farsi sentire. Le celebrazioni iniziarono il 5 maggio 2010 al Quarto dei Mille; oltre al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, presenziarono il presidente della Camera dei deputati Gianfranco Fini, quello del senato Renato Schifani e il ministro Ignazio La Russa, tutti, ad eccezione di Fini, comunque romano, figli del Meridione. Poi, Napolitano e La Russa continuarono il viaggio e l’11 maggio furono a Marsala, dove era avvenuto lo sbarco e poi a Salemi e Calatafimi per onorarer i caduti garibaldini in quella battaglia. Peccato, da Bronte non passarono.

Ma non fu che l’inizio di celebrazioni che si estesero lungo tutto l’arco dell’anno. Faccio qui particolare riferimento a quanto Giorgio Napolitano disse in occasione della sua visita all’Accademia dei Lincei a Roma il 5 dicembre 2011, dove esaltò l’importanza della memoria per quanto riguarda il Risorgimento. Napolitano ricordando Quintino Sella, cui era dedicato il Convegno da lui inaugurato, definì «meschini» gli studi e le analisi che non condividono una lettura comunque unitaria di questo periodo della nostra storia nazionale. E, poiché eravamo nel clima delle celebrazioni del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, le sue parole assumono un particolare significato.

Del resto sarebbe bene intendersi sulla funzione delle celebrazioni commemorative; troppo spesso esse sono semplicemente autoreferenziali ed elogiative. E questa fu la tendenza anche per i 150 anni dell’Unità, quando assistemmo a un effluvio di belle parole e di discorsi che, più o meno, si fanno appunto da un secolo e mezzo a questa parte.

Il problema, ci tengo a precisarlo, non è negare la validità e necessità del processo che portò alla nascita, non diciamo di una “nuova” Italia, ma dell’Italia in sé. L’acquisizione dell’indipendenza e unità del Paese sotto uno stesso governo era un passo inevitabile per poter portare l’Italia nel consesso europeo, se non proprio delle grandi potenze, cosa che avverrà solo più tardi.

Il problema è verificare “come” questo processo avvenne e quanto esso costò in termini di annullamento di precedenti entità statali e culturali e anche in termini di sofferenze per le popolazioni. In altre parole, il risultato finale resta giustificato pensando alla nuova Europa che si stava plasmando nella seconda metà dell’800 e che attribuiva un ruolo di leadership solo ai grandi Stati nazionali a spese dei piccoli che, pur avendo contribuito a fare la storia della nostra civiltà, avevano perduto la possibilità di essere parte attiva nel processo di sviluppo della nuova Europa. Quello che ci interessa è verificare le modalità di questo passaggio dato che, come diceva Padre Dante Alighieri, «il modo ancor m’offende».

In sostanza, il processo di aggregazione che, grazie al “cancelliere di ferro” Bismarck porta alla nascita della Germania imperiale e, pur tenendo presenti le differenze, a quella dell’impero asburgico con la finalmente felice fusione dell’Austria e dell’Ungheria, ha un suo corrispondente nell’Italia savoiarda. Ciò che preoccupa gli storici, per lo meno quelli che non amano il conformismo, è la “blindatura” delle celebrazioni cui assistemmo. C’è infatti da chiedersi a che cosa servano ricorrenze e giornate della memoria. Se il loro scopo è semplicemente laudativo, lo storico non ne avrà parte. La storia non è fatta di verità assolute o inappellabili. Diritto (e dovere) di chi si occupa dei fatti avvenuti in una società è quello di verificare, alla luce di un rigoroso studio delle fonti, se la versione data fino ad allora corrisponde alla verità di quanto realmente avvenuto. Premetto che il concetto di “verità” nella storia è ambiguo e probabilmente inattendibile, in quanto molto dipende non solo dall’ideologia cui lo studioso, a volte inconsciamente, si lega, ma anche dalle esigenze politiche che è costretto a tenere presenti. La politica infatti, sia interna che internazionale, ha bisogno di “interpretazioni” storiche per adempiere ai propri scopi. Che questi scopi poi siano scientifici ovviamente non è vero, dato che la storia, interpretata dal punto di vista del politico, è spesso uno strumento propagandistico ed in ultima analisi di potere. Questo spiega perché avvenimenti del passato, resi irripetibili dallo sviluppo della società e del comportamento umano, come, per fare un esempio tornato di attualità, il genocidio degli armeni, diventino una questione estremamente delicata dal punto di vista politico, potendo pregiudicare l’ingresso della Turchia nel consesso comunitario.

Ma, allora, c’è da chiedersi, le giornate della memoria a che cosa servono? Riprendendo alcune osservazioni fatte dallo storico Franco Cardini, si può dire che, se la memoria serve soltanto a ricordare, allora bisogna permettere allo storico di occuparsene senza limitazioni che non siano una metodologia corretta, perché il passato e la sua indagine gli appartengono, a meno appunto che non se ne voglia fare uno strumento di politica attuale. Per fare un esempio per noi molto doloroso, quello delle foibe, se uno studioso afferma, come è stato fatto da Claudia Cernigoi in una pubblicazione del 2005, che il numero delle vittime è molto minore di quello indicato ufficialmente, la contestazione del dato non spetta al politico con il suo sdegnato chiudere la porta ad ogni discussione in merito, ma allo storico, che dovrà ribattere, sempre sulla base di una rigorosa documentazione, a quanto asserito dal collega il cui intento, ovviamente, non era ideologico, ma storiografico.

La verifica di quanto è veramente successo nel passato va dunque lasciata a chi quel passato sa esaminare con i metodi del rigore scientifico e non con le emotività dei sentimenti, seppur giustificatissimi. Se la memoria serve invece a vaccinarci da tentazioni di commettere nuovamente uguali crimini, dobbiamo sconsolatamente concludere che le società, i governi e il genere umano imparano ben poco dalle lezioni del passato, visto che di stragi, genocidi e crimini di massa dal 1945 in poi se ne sono compiuti a bizzeffe; di conseguenza questo continuo ricordare non sembra incidere minimamente sull’andamento della storia recente e contemporanea e anzi ci fa supporre di una sua utilità per giustificare fatti contemporanei che, secondo la morale umana e politica, sarebbero altrimenti inaccettabili.

Ritornando alle celebrazioni risorgimentali, la speranza è che finalmente si lasci spazio anche a chi ne dà una lettura diversa o non del tutto conforme alla vulgata. E questo non per negare l’importanza e la fondamentalità dell’evento, ma per permettere, nel quadro anche dell’insegnamento della storia nelle scuole, una disanima equilibrata di quanto è realmente successo.

Se molto forte è la tendenza a vedere nel Risorgimento il momento culminante della nostra storia moderna con i valori che gli vengono tradizionalmente attribuiti, esiste anche una critica nei confronti di come si è svolto il Risorgimento. A partire dal 1989, ad esempio, Identità Europea, un movimento che ha in Franco Cardini e in Adolfo Morganti i suoi rappresentanti più autorevoli, ha stimolato il dibattito storico su ciò che realmente avvenne nel 1789 con le cosiddette “insorgenze”, per continuare attraverso i vari anniversari fino al 2009, quando venne ripresentata la figura di Andreas Hofer, un eroe della libertà e della lotta antinapoleonica ingiustamente assimilato a fenomeni terroristici di epoca molto più tarda. La matrice di Identità Europea è profondamente cattolica, ma tutt’altro che neo-cons. Morganti e Cardini hanno dunque lanciato il dibattito su “l’Unità divisa”, facendo riferimento alle altre realtà politiche, economiche, sociali, che il Risorgimento ha comunque travolto nel suo cammino. L’unificazione piemontese per come si è svolta e attuata tra il 1860 e il 1870 ha infatti annullato realtà locali che oggi si tende a riscoprire e non a caso uno dei punti di forza della Lega è proprio il tornare a rimettere in luce il valore di queste realtà, travolte dallo Stato unitario sabaudo.

La difesa del mito risorgimentale, ribadita in occasione del Centenario sul Corriere della Sera da Ernesto Galli della Loggia, il quale ha menzionato questi rilettori del processo unitario sotto la definizione di “guelfo-temporalisti”, avrà il suo seguito, ma ci auguriamo che il dibattito sulle virtù e i vizi del Risorgimento sia pacato e limitato alla rilettura dei documenti di cui abbondano gli archivi. Sarà quindi bene tenerne fuori la politica.

Se un giorno leggeremo delle stragi compiute da Cialdini e Bixio nel Sud oppure dei campi di concentramento piemontesi dove morirono migliaia di meridionali, questo riferimento non verrà fatto per infirmare la validità dell’Unità, ma per appunto “serbare memoria” di come essa venne attuata.

E sarà necessario ridare dignità a quanti combatterono “dall’altra parte”, briganti, legittimisti e delusi del nuovo Stato che impoverì nel giro di pochi anni il Sud depredandolo delle sue risorse, per non parlare dei suoi fondi bancari, a vantaggio del Nord. D’altra parte, scriveva uno dei maggiori intellettuali italiani del ‘900: «Lo Stato italiano ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti». Parole dell’Ordine Nuovo. Quello di Antonio Gramsci, sia ben chiaro.

(Dai Confini dell’impero – 63)

La Rondine – 31.12.2017