Knut Hamsun, dio pagano e solitario del grande nord

 

Oggi mi sono dedicato alla disperata battaglia che noi che amiamo i libri combattiamo contro lo spazio tiranno di casa nostra, mai grande abbastanza per contenere i libri che nel corso degli anni si sono ammucchiati nei vari angoli della nostra dimora. Mi è così riaffiorato da uno scaffale un numero di una diecina di anni fa di Nouvelle Ecole, la bella rivista francese di Alain de Benoist, uno dei più interessanti intellettuali europei del nostro tempo. Il numero, dedicato alla memoria di Jean Mabire (1927-1906), porta in copertina la foto di un uomo negli anni della piena maturità. Il naso affilato, gli occhi azzurri che guardano lontano: Knut Hamsun.

I saggi, tutti estremamenti interessanti, sono di de Benoist, Tarmo Kunnas e Michel d’Urance. Li scorro seduto alla scrivania dello studio che dà sul parco di Puolalanpuisto. E’ tornata la neve, il vicino sta caricando gli sci sull’automobile. Appena possono, i finlandesi si rifugiano nei loro boschi e d’inverno lungo le piste da fondo. Bellissime quelle della Lapponia.

E’ il richiamo della natura, che i Nordici sentono acuto e quasi doloroso, la fuga da quella che chiamiamo civiltà, troppo impropriamente, e il rifugio nel silenzio dei boschi, il regno del dio Pan. Ho, nel mio scaffale, un libro che mi è particolarmente caro. Ognuno di noi ha libri che hanno segnato, in un modo o nell’altro, la nostra vita, e qualche volta l’hanno addirittura condizionata, se non guidata. Avevo poco più di vent’anni. Quello di Knut Hamsun era per me un nome che mi riportava a ricordi ideologici, non letterari. Hamsun l’ho letto all’inverso, cominciando dall’ultimo suo libro, pubblicato in Italia da Il Borghese con il titolo, un po’ sviante e infedele, di Io, traditore nel 1962. Il titolo originale era Sui sentieri inselvatichiti ed era uscito nel 1949, dopo il clamoroso processo intentatogli come criminale di guerra. Si salvò dalla condanna a morte grazie alla sua veneranda età (aveva 85 anni, era nato nel 1859 e morì nel 1952, fu dichiarato infermo di mente) e al premio Nobel che gli era stato conferito nel 1920.

Quell’estate del 1967 partii in treno per la Norvegia. Pochi soldi e nello zaino un libro di Mondadori, che avevo comprato su una bancarella, Pan, uscito per la prima volta nel 1941 e ripubblicato nel 1961 insieme a L’estrema gioia. Quelle 350 pagine complessive mi accompagnarono lungo i fiordi e i fjäll della terra di Hamsun. Pan, un romanzo le cui vicende si svolgono nel breve arco di un’estate. E la mia fu un’estate piena di sole, di incontri emozionanti, di scoperte di un mondo che non avrei più abbandonato.

Ho recentemente riletto alcuni romanzi di Hamsun per conto di un editore. Vivo in Scandinavia da oramai 50 anni, e di estati ne ho viste molte. Ma ogni volta è la stessa sensazione, un sentimento pagano di rinascita, quasi epidermico, una, appunto, estrema gioia che può comprendere solo chi, ogni anno, ha attraversato il lungo, oscuro inverno del Nord. Quando arriva l’estate la natura in pochi giorni si ridesta, rinvigorisce, diventa quasi lussureggiante, e lo stesso fa questa gente, che sembra ridere, amare solo in una stagione. Bisogna leggere Pan in estate,  la sera, quando alle undici di sera si può ancora leggere seduti sulla veranda del kesämökki, immersi in una luce chiara che non finirà per giorni e giorni. Il sole si tuffa in mare, o dietro la foresta, o dietro il fjäll, e risale rinvigorito nel cielo dove volano gli uccelli del mattino.

E’ una delle scene descritte da Hamsun in Pan, il romanzo che più riuscì a cogliere la magia dell’estate norvegese. La vicenda del romanzo è semplice, quasi una non vicenda. Siamo nel 1855, il tenente Thomas Glahn si è ritirato in solitudine, con la compagnia del solo fedele cane, in una capanna del Nordland, nella Norvegia settentrionale, dove vive cacciando e pescando. Nel villaggio incontra la figlia del mercante Mack, Edoarda (Edvarda nell’originale, brutta abitudine quella allora in uso di tradurre anche i nomi di battesimo dei personaggi, ma comunque la versione di Ervino Pocar è abbastanza fedele al testo norvegese). Come mi è familiare Edoarda! Esiste nella donna nordica qualcosa che noi meridionali non riusciamo del tutto a comprendere, una forza, una gioia di vivere quasi pagana, un senso della libertà che la rende imprendibile, non la possediamo che per attimi fuggenti, poi ci lascia, malinconica come il declinare della sua estate. Il personaggio femminile più felice, creato da Hamsun, è però la Victoria del romanzo omonimo (1898). Pur non raggiungendo i vertici di sensualità di D.H. Lawrence, Hamsun riesce a disegnare la più completa delle sue figure femminili. Anch’essa però, come i suoi eroi maschili, è destinata a soccombere di fronte alla società e alle sue norme. L’amore, ammette Hamsun, è un gioco rischioso e in Pan come in Victoria può contribuire a bruciare l’eroe, consumato nel suo amore infelice.

Edoarda e Thomas si amano, ma la fanciulla presto gli dimostrerà la sua indifferenza, dedicando le sue attenzioni prima al dottore amico del padre e poi al barone finlandese che torna da un viaggio di studio. Ma non lascerà libero il tenente, in un gioco di dolorosi richiami, di gesti affettuosi, di parole che feriscono, che più tardi Ingmar Bergman saprà rendere visivi in tanti dei suoi film. Glahn non riesce a dimenticare Edoarda, pur legandosi alla moglie del fabbro, Eva, già amante del mercante Mack. Poi un giorno costui provoca la morte di Eva, che però avviene, a causa di un incidente, per mano dello stesso tenente. Glahn, abbandonato da Edoarda e angosciato per la morte della dolce ed ingenua Eva, lascia la Norvegia. L’ultimo capitolo è scritto dal compagno di caccia di Glahn, con l’intento di spiegare come è avvenuta la morte del tenente. Si trovano in India per cacciare, dove Glahn cerca inutilmente di dimenticare Edoarda. Un giorno arriva una lettera dalla Norvegia. Non si dice che cosa contenga. Ma Glahn provoca il compagno, gli ruba la ragazza tamil, con lo scopo di farlo impazzire dalla gelosia. In realtà vuole solo che il compagno prema quel maledetto grilletto del fucile da caccia. E Glahn muore, ucciso come una belva al passo.

 Pan appartiene al periodo delle opere giovanili. Hamsun diventò celebre già col romanzo dell’esordio, Fame (1890), cui fecero seguito Misteri (1892) e La nuova terra (1893). Un anno dopo usciva Pan. I quattro romanzi sviluppano un impianto narrativo ed ideologico unitario: l’incontro/scontro tra l’individuo e la società, una filosofia che molto risente della lettura di Nietzsche, ma anche della polemica, che molto irritò la critica, rivolta contro Henrik Ibsen, scrittore ispirato dal naturalismo e dal positivismo.

Hamsun volle evidenziare la difficoltà che l’individuo ha nell’inserirsi nella società moderna, una società regolata da convenienze sociali ed economiche (la critica all’economicismo sarà una costante nella produzione di Hamsun, disgustato dalla sua esperienza di emigrante negli Stati Uniti, da dove ritornerà definitivamente nel 1888). Glahn è dunque non il reietto, perché in realtà nessuno lo ha spinto ad isolarsi, ma l’essere niccianamente superiore, che non riesce ad adattarsi ai valori, o meglio, ai non valori della società in cui è costretto a vivere, e per questo motivo non ha altra soluzione che fuggirne, rifugiandosi nella foresta. Si tratta di una autoemarginazione, che ovviamente rispecchia la personalità, l’anima, di Hamsun medesimo.

In contraddizione con questo desiderio di isolamento fu di conseguenza la sua adesione al nazionalsocialismo, in cui vide l’ultima possibilità per ricreare quello spirito nordico, quel senso del legame con la terra, con il sangue degli avi, con la germanità che permeava la sua storia norvegese, una adesione che era al tempo stesso l’ultimo tentativo di vivere socialmente per chi per decenni si era allontanato dal consorzio umano. Così in Io, traditore, si giustifica: “Avrei potuto impiegare la mia penna per quella Norvegia che doveva avere un posto eminente fra i paesi germanici europei. Codesto pensiero, nei primi tempi, mi aveva affascinato, mi aveva entusiasmato, mi possedeva del tutto […] E mi pareva che, per quell’idea, valesse la pena di faticare, di lottare. Pensate: la Norvegia del tutto indipendente, rilucente di luce propria nell’estremo nord dell’Europa! E quanto al popolo tedesco, come pure al popolo russo, io li vedevo come astri lucenti. Codeste due potenti nazioni mi possedevano, e pensavo che esse non avrebbero deluso le mie speranze!” Ma poi seguirà, immancabile, la delusione e il ritorno a quanto aveva scritto mezzo secolo prima. Così concludeva nella chiusa di Pan: “Non ho nessun pensiero che mi opprima, ho soltanto il desiderio di andar via, non so dove, ma via, lontano, forse in Africa, forse in India. Io infatti appartengo alle foreste e alla solitudine”.

Capisco bene, in questa mia attuale fase della vita, questo desiderio di staccarsi da quanto è noto e quotidiano, fuggendo, perché no, proprio in Oriente, anche se non proprio a caccia di tigri, ma per cominciare una nuova esistenza arrivati al crepuscolo dell’esistenza.

Hamsun anarcoide, Hamsun pagano, Hamsun figlio del silenzio dei boschi. La natura dell’estremo Nord diventa il terreno fertile, l’unico humus, in cui a suo giudizio l’uomo può mettere le proprie radici, tagliate dalla civiltà delle macchine e dal dominio del denaro. In La nuova terra, il discorso di Hamsun da esistenziale si farà politico ed ideologico, infatti la Norvegia nel 1905 si avviava all’indipendenza, ma quale sarebbe stata la sua dimensione? Hamsun avverte il rischio che essa diventi non una “nuova terra”, ma semplicemente una “pallida terra, senza molta vegetazione, senza fecondità”, e cioè il contrario di quella che domina la scena in Pan, il mondo del dio pagano, ma anche dei boschi e della montagna selvaggia.

In Hamsun, al contrario del coevo d’Annunzio, pure influenzato da Nietzsche, non ci sono eroi, ma uomini e donne come noi, o meglio come quegli scandinavi dolci e timidi. Hamsun fu un uomo delicato. Tutta la sua vita è testimonianza di questa delicatezza. Coglie i fiori del fjäll  per portarli alla moglie Marie, va a colloquio da Hitler e deve subirne l’ira quando gli chiede comprensione per la propria gente. Il tenente Glahn muore perché è un uomo delicato. Sotto molti aspetti mi ricorda Pierre Drieu la Rochelle, anch’egli uomo debole, spaventato di fronte ad una società che non sarà mai la sua. Hamsun scrisse delle piccole cose, i suoi personaggi in Pan parlano di fatti minuscoli, evanescenti, ma è proprio questa sublime delicatezza a rendere grande l’anima di Hamsun.

Victoria, dal film di Torun Lian, 2013

Ho incontrato anch’io Edoarda. L’ho incontrata in tante di queste donne bionde e dagli occhi grigi, e non l’ho mai trovata. Hamsun non ne spiega il mistero, né potrei spiegarlo io, venuto da troppo lontano, senza quei boschi e quelle montagne nella memoria antica. Ma chi potrebbe mai spiegare il mistero di un sole che, nell’estate magica del Nord, muore e subito rinasce?

(Dai confini dell’impero – 64)

La Rondine – 1.2.2018