Pantheon, ma non per tutti: pesi e misure della nostra Storia

 

Non ho l’abitudine di commentare quanto altri affermano nei loro scritti, rispettandone la libertà di esprimere il proprio giudizio. Ma questa volta mi sono sentito in dovere di ricorrere anch’io alla “Lettera al Direttore”. Il mese scorso si è molto parlato del ritorno in Italia della salma di Vittorio Emanuele III di Savoia e di dove andasse sepolta. Unanimemente, con la ovvia eccezione dei circolo monarco-sabaudi e dell’Istituto delle Guardie del Pantheon, tutti si sono espressi con un (in sostanza) “mettetela dove vi pare, ma non al Pantheon”, tempio della memoria storica dell’Italia unita.

Sull’ultimo numero della rivista L’Alpino, organo dell’A.N.A. (l’Associazione dei reduci del Corpo degli Alpini cui mi onoro di appartenere, abbiamo una Sezione “nordica”) ho letto una lettera a firma Damiano Rech, alpino di Feltre, dal titolo “Vittorio Emanuele III”. Secondo Rech, persona a me peraltro ignota, collocare la salma di Vittorio Emanuele III al Pantheon o nella cripta reale di Superga “è un inaccettabile tentativo di sovvertire la storia”. E così continua: “Costituisce un insulto al tempio degli Dei e a uomini che là ci stanno da secoli,come Raffaello o i Savoia Vittorio Emanuele II, Umberto I, assassinato a Monza da Gaetano Bresci, noto come  il ‘re buono’”.

Dunque al Pantheon ci possono stare i primi due re d’Italia, ma non il terzo (e neppure il quarto, Umberto II). Mi ha colpito il commento del direttore della Rivista, Bruno Fasani, solitamente equilibrato, “Anch’io sono d’accordo che il Pantheon è destinato alle vere glorie”.

Il nodo della questione è dunque: può Vittorio Emanuele, dopo tanti anni di esilio da vivo e soprattutto da morto, essere sepolto accanto ai due re d’Italia che lo hanno preceduto?

Damiano Rech e Bruno Fasani si fanno portatori di un’opinione molto diffusa in Italia: Vittorio Emanuele III non  merita di essere sepolto accanto al padre e all’avo nonostante quanto fece in occasione di quella Grande Guerra che stiamo commemorando con particolare enfasi. Più che il “Re soldato” sembra contare il “Re sciaboletta”, che non impedisce la marcia su Roma, rendendosi corresponsabile del secondo conflitto mondiale, nonché, scrive sempre Damiano Rech, di “una catastrofe che ha coinvolto cinquecentocinquanta milioni di morti”. Cifra alquanto azzardata, ma si sa, le vittime delle guerre e dei genocidi sono spesso più ad uso politico che storiografico.

Vittorio Emanuele si rese complice, secondo l’opinione del signor Rech, di “aggressione nei confronti di stati amici” e di crimini “a cominciare dall’assasinio di Matteotti, del quale si è vantato il Duce”. Non esiste alcuna responsabilità del sovrano nei confronti di questo tragico episodio, né Mussolini ne menò vanto, ben conscio com’era che quell’atto brutale poteva rappresentare la fine del regime da poco instaurato. Ma è solo un dettaglio.

Come storico, resto alquanto perplesso di fronte a certi giudizi espressi non sulla base di una analisi storiografica, ma dell’emozione e dei luoghi comuni, nonché della retorica, purtroppo ravvivati durante la scorsa campagna elettorale da un assurdo revival dell’antifascismo (che ha coinvolto anche la salma di Vittorio Emanuele), voluto unicamente per bassi scopi elettorali, che peraltro non ha portato ai risultati sperati per Boldrini, Grasso e Renzi.

A Vittorio Emanuele III inoltre si attribuisce la colpa di aver firmato o comunque sottoscritto le leggi razziali del 1938 e il disastroso armistizio dell’8 settembre 1943. Dunque niente Pantheon per lui (e per il figlio Umberto II; le colpe dei padri notoriamente ricadono sui figli).

E qui lo storico avanza qualche dubbio e qualche obbiezione. Ma  Umberto I, definito qui “re buono”, non è il re della strage compiuta dal generale Fiorenzo Bava Beccaris, detto “il macellaio di Milano”,  e che aveva approvato la violenta repressione del movimento operaio e contadino in Italia? Tanto per rinfrescare la memoria: tra il 6 e il 9 maggio del 1898 l’esercito sabaudo reprime a cannonate le proteste dei milanesi (la rivolta fu chiamata da Napoleone Colajanni la “protesta dello stomaco”). Il numero esatto delle vittime non si conosce, i morti furono tra i 100 e i 300 e i feriti in proporzione. Vennero anche imprigionati esponenti del movimento operaio e sindacale. Tutto questo con la piena approvazione del primo ministro, marchese di Rudinì, che si complimentò col generale scrivendogli “Ella ha reso un grande servigio al Re e alla patria”. E lo stesso re Umberto rivolse a Bava Beccaris un ringraziamento pubblico con cui esaltava come patriottico il suo operato e gli  concedeva la croce di Grand’Ufficiale dell’Ordine di Savoia. L’anarchico Bresci a Monza forse non ci sarebbe andato se non ci fosse stata questa strage.

Passiamo a Vittorio Emanuele II. Costui non è forse il sovrano di uno stato (il Piemonte) che ha aggredito un altro stato sovrano, il regno delle Due Sicilie, e poi lo Stato della Chiesa? Molti italiani dovrebbero rileggersi alcune pagine del nostro Risorgimento. Lo sanno quanti nel Sud Italia, tra il 1861 e il 1870, furono fucilati, massacrati, quante donne violentate, quanti bambini uccisi, quanti villaggi bruciati (una Marzabotto moltiplicata per dieci, venti), quanti furono gli internati nel lager di Fenestrelle per ordine di generali piemontesi che agivano col beneplacito di quel Vittorio Emanuele II la cui tomba si trova al Pantheon? E gli italiani sanno che cosa prevedeva la leggee Pica, firmata dal re, di fronte alla quale impallidiscono perfino le minacce di fucilazione fatte dalla R.S.I.?

Mi permetto di citare dal mio ultimo libro, Herman Liikanen e il mito garibaldino in Finlandia (Quaderni di Settentrione, 8/2018): “Contro le bande dei briganti si istaurò un vero e proprio stato di guerra, con attività di contro-guerriglia e la completa militarizzazione del territorio. Al Luogotenente del Regno e Comandante militare per l’Italia meridionale generale Enrico Cialdini (1811-1892) prima e Alfonso  La Marmora (1804-1878) poi, furono attribuiti i pieni poteri, legalizzati il 15 agosto del 1863 ed entrati in vigore il 31 dicembre con la legge del deputato Pica e durati fino al 31 dicembre 1865. Con questa legge erano sospesi i diritti costituzionali di difesa e venivano istituiti i tribunali militari speciali. D’altra parte, che comprensione si poteva attendere da uno come Cialdini, che a Cavour scrisse: “Questa è Africa! Altro che Italia! I beduini, a riscontro di questi cafoni, sono latte e miele!” (Nella foto, T.Halonen e G.Napolitano davanti al busto di Liikanen a Roma, 2010)

I piemontesi impiegarono ben 163.000 soldati, ed “eseguirono spietate rappresaglie facendo terra bruciata intorno alle bande per poi annientarle sul campo” (1). Particolarmente efferata fu la rappresaglia esercitata da Cialdini nei paesi di Pontelandolfo e Casalduni in provincia di Benevento, il 14 agosto 1861. Qui 45 militari sabaudi erano stati fatti prigionieri dai briganti e popolani e poi massacrati. Cialdini ordinò per rappresaglia l’incendio dei due paesi e la fucilazione di tutti gli abitanti “meno i figli, le donne e gli infermi”. Molte donne furono comunque seviziate o violentate. Il numero delle vittime è rimasto incerto e varia da 13 a 1000 secondo le fonti. La strage fu denunciata al parlamento di Torino dal deputato Giuseppe Ferrari il 2 settembre 1861: “Io ho dovuto intraprendere un viaggio per verificare il fatto con gli occhi miei. Ma io non potrò mai esprimere i sentimenti che mi agitarono in presenza di quella città incendiata”.

L’esercito sabaudo attuò sistematicamente la rappresaglia e questo ci fa meditare sul perché certi crimini di guerra vengano condannati (si veda Marzabotto) ed altri non lo siano, anzi sono fatti rientrare nel contesto di una guerra giusta ed esaltata come tale (2). È un argomento molto delicato questo, che travalica la storiografia per diventare politico ed ideologico. Fu toccato però dallo scrittore Carlo Alianello, autore di due popolari romanzi, L’Alfiere (1942) e L’eredità della priora (1963), il quale menzionando nel suo La conquista del Sud (1972) i processi e le conseguenti assoluzioni di ufficiali subalterni accusati di crimini di guerra in relazione alla repressione del banditismo, si chiedeva con ironia: “La giustizia poteva emettere una diversa sentenza? Condannando questi ufficiali, non sarebbe sorta la triste necessità di portare avanti ai tribunali tutti i generali, tutti i colonnelli, tutti gli ufficiali e sottufficiali che da anni lavoravano coraggiosamente per estirpare la reazione?”

Infatti, aggiungiamo, ogni comandante di plotone, di compagnia, e non solo di unità maggiori, poteva disporre di vita o di morte su quanti vivevano nella zona sottoposta al loro controllo. Molti di questi lasciarono memoriali, perfino stamparono libri in cui raccontavano quanto avevano fatto o visto fare. L’esempio più noto è quello del capitano Angiolo de Witt, che nella sua Storia politico militare del brigantaggio nelle province meridionali d’Italia (Firenze 1884) non raccontò soltanto delle operazioni militari cui partecipò, ma anche dei massacri che lui e altri compirono. E questo senza, allora, suscitare alcuno sdegno o inchiesta giudiziaria.

E, continua Alianello, “I loro capi, e innanzitutto il famigerato Fumel, non avevano forse dichiarato di voler fare una guerra di sterminio dove la pietà sarebbe stata un crimine?” (3). E qui non possiamo non fare un paragone: perché questi criminali di guerra diventarono eroi, perché gli furono intitolate strade e piazze, mentre chi aveva fatto le stesse cose nella seconda guerra mondiale venne impiccato, fucilato, imprigionato? Ed è Alianello a chiedersi: “Cosa avrebbero fatto, nella seconda guerra mondiale, le SS di Himmler, se qualche villaggio italiano si fosse proclamato antitedesco e antifascista? Be’ i piemontesi fecero la medesima cosa, ma ci misero più impegno, un tantino più d’ira” (4) . E continua: “Le SS del 1860 e degli anni successivi si chiamarono, almeno per gli abitanti dell’ex reame, piemontesi. Perciò smettiamo di sbarrare gli occhi, di spalancare all’urlo le bocche, di stringere i pugni e di tendere il collo a deprecarte violenze altrui in questo e in altri continenti. Ci bastino le nostre, per sentire un solo brivido di pudore. Noi abbiamo saputo far di più e di peggio” (5).

Non ci furono soltanto rappresaglie sulla popolazione civile, ma anche dei veri e propri lager costituiti nella provincia di Torino (il più importante era quello di Fenestrelle) e di Milano, in cui vennero rinchiusi in condizioni vergognose circa 30.000-40.000 soldati borbonici che avevano combattuto fino alla fine dalla parte di Francesco II, oltre a soldati papalini, ed erano considerati “refrattari”. Il loro trattamento fu talmente disumano da suscitare le proteste della rivista Civiltà cattolica (26 gennaio e 14 settembre1861).

Insomma se Vittorio Emanuele II, che fu a conoscenza, promosse e approvò queste operazioni che di “militare” avevano ben poco nella loro inaudita crudeltà nei confronti della popolazione meridionale, se questo re può stare al Pantheon, onorato da una memoria storica alquanto lacunosa, perché non possono starci anche Vittorio Emanuele III e il figlio “re di maggio”, che se ne andò in esilio, senza protestare per un referendum  che probabilmente non aveva neppure perduto, per non provocare una nuova guerra civile?

Di Vittorio Emanuele III  il signor Damiano Rech scrive che è “il primo responsabile di un periodo di ferite disumane e profonde della nostra storia che non sono e non potranno essere cancellate”. E le ferite che i “piemontesi” infierirono al Sud d’Italia? Non contano queste? Ferite permanenti, perché il Sud venne conquistato, colonizzato, impoverito. E non crediamo di essere troppo fuori dal seminato se affermiamo che se un italano del Sud su due ha votato alle ultime elezioni per il Movimento 5 Stelle, lo ha fatto proprio perché la Terra dove vive è stata dimenticata da chi governa, erede di quella brutale conquista del 1861. I miei conterranei hanno la memoria buona.

NOTE

(1)  Guida alle fonti per la storia del brigantaggio postunitario conservate negli Archivi di Stato, Roma 1999, p. 330.

(2) Giorgio di Monteloro riporta un esempio delle rappresaglie piemontesi attuate nel 1861, di cui si rese protagonista, primo tra tutti, il generale Augusto Ferdinando Pinelli (il “briaco Pinelli”, come lo definì Giacinto de’ Sivo in riferimento a una celebre ubriacatura di vino di Puglia cui il generale si era abbandonato), il quale per vendicare la morte di un suo ufficiale, peraltro caduto in combattimento, fece bruciare dieci paesi (i loro nomi sono riportati in G. di Monteloro, Priebke, i nazisti e… i “Piemontesi”, L’Alfiere, settembre 1996, p. 6).

(3) C. Alianello, La conquista del Sud. Il Risorgimento nell’Italia meridionale, Rimini 2010, pp. 156-157. Lo stesso aveva  proclamato il generale Ferdinando Pinelli, che così incitò i suoi soldati che operavano nel Molisano contro i briganti: “Un branco di quella progenie di ladroni ancora si annida tra i monti, correte a snidarli e siate inesorabili come il destino. Contro nemici tali la pietà è un delitto” (Citato da A. Ciano, I Savoia e il Massacro del Sud, Roma 1996, p. 39).

(4) Alianello, 2010: 167.

(5) Alianello, 2010: 169.

La Rondine 14.3.2018 / Dai confini dell’impero – 65