L’Africa che è dentro di noi

Il clima è cambiato. Lo dicono tutti, lo dicono in Finlandia come anche dall’altra parte del globo, in Thailandia, da dove scrivo, e dove maggio dovrebbe essere un mese caldo, afoso. Quest’anno il monsone è invece arrivato con un mese di anticipo e rovescia torrenti di pioggia. Ogni pomeriggio, sequestrato in camera in attesa che il sole ritorni, leggo e tengo la televisione accesa. Prediligo le news di Al-Jazeera, modello di informazione che noi italiani ci sogniamo, con grande attenzione per i Paesi extra europei, soprattutto l’Africa. E per una volta, vorrei portare il lettore di cose finniche dalla parte opposta del vasto mondo. L’Africa, ma è l’Africa della mia giovinezza, quella che visitai da studente, fisicamente, sulle pagine dei libri, ed anche al cinema. E un film mi fu particolarmente caro.

Ci sono film che si perdono nella memoria, svaniti dalle sale cinematografiche e dai programmi televisivi, seppelliti dalla convenzione del politically correct. Ma esistono per fortuna i circuiti, un po’ misteriosi, dei negozi di dvd. Ce n’è uno vicino casa mia, a Turku. Lì, frugando tra le pile delle cassette che nessuno compra, un giorno ho trovato Africa addio di Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi. Mezzo secolo fa  il film uscì nelle sale cinematografiche d’Italia. Jacopetti era già noto per i successi di documentari come Mondo cane, che avevano fatto sensazione. Ma Africa addio fu un’altra cosa. Tutta un’altra cosa. Era il lamento dolente dell’Africa improvvisamente passata dal colonialismo alla decolonizzazione. L’Africa nera che si liberava da secoli di dominazione bianca al grido di uhuru, che rimbombava dal Kenya al Tanganika. I Mau Mau di ieri, visti qui negli ultimi processi che ne narravano le stragi, diventavano i nuovi governanti all’alba dell’indipendenza sotto la guida di Jomo Kenyatta.

Il dvd è pubblicizzato come il director’s cut, la versione integrale del regista. Onestamente non ricordo così bene il film che vidi, e rividi e rividi, in quel lontano 1966 da poter dire che cosa di nuovo sia stato poi presentato. Ci furono certamente dei tagli alle scene più violente, che qui sono conservate nella loro cruda immediatezza. Ricordo però bene le polemiche che seguirono l’uscita del film: un documentario che non documentava, scene ricostruite a bella posta, la fantasia al posto della realtà. Può darsi che alcuni episodi fossero ricreati o forzati, ma la sostanza era quella. Era il lancinante grido di chi amava l’Africa, come la poteva amare chi in quell’Africa aveva vissuto per tanti anni, chi quell’Africa l’aveva dissodata, arricchita, incivilita col proprio lavoro. Era l’Africa dei bianchi che ora dovevano lasciarla, bianchi che tali non erano più e non perché il colore della loro pelle si fosse scurito sotto il sole d’Africa, ma perché erano diventati essi stessi Africani. Forse le scene più drammatiche non sono quelle delle stragi di uomini ed animali, ma quelle in cui si coglie lo sguardo rassegnato e malinconico dei proprietari delle fattorie che vedono disperdere all’asta gli oggetti delle proprie case e guardano i prati verdi delle loro dimore spellati come fosse la cotica di un elefante o di un ippopotamo appena ucciso.

Il film non parla, è vero, della rapina fatta a danno dei Neri da parte della colonizzazione di inglesi, belgi, francesi. Le grandi compagnie diamantifere, aurifere, i petrolieri legati alla sette sorelle sono in effetti esistiti ed è a causa loro che l’Africa diventò violenta, ribellandosi anche contro chi quell’Africa l’aveva amata al pari dei Neri, anzi, più dei Neri, perché, lontano, in un paese nebbioso e umido di pioggia avevano lasciato la propria patria di origine, cui non avrebbero più fatto ritorno.

La decolonizzazione non portò all’Africa né la democrazia, né la libertà né tantomeno il benessere. Gli europei se ne andarono con i loro funzionari e le loro truppe, lasciando i coloni su quei lembi di terra, lembi di un’ Europa che si vergognava di essere stata grande. Il loro posto venne presto preso dai sovietici, cinesi, cubani e dai neo-imperialisti americani. Gli uni e gli altri interessati a spartirsi le terre d’Africa, nel nuovo gioco del dominio mondiale. E l’Africa venne violentata, martirizzata, saccheggiata. La memoria dell’uomo di oggi è corta. Già è svanito il ricordo della tragedia del Ruanda, e da tempo non ricordiamo più le mani mozzate ai Watussi, le fosse comuni in cui vennero gettati a Zanzibar gli arabi che da secoli vi avevano vissuto, i missionari fucilati in Congo davanti a un muro tirato a calce.

Leggiamo del bracconaggio che ha ridotto a poche migliaia di esemplari elefanti, rinoceronti, ippopotami. E Jacopetti ci mostrò la prima, grande mattanza. Quelle povere bestie inseguite, sia dai bianchi che oramai avevano perso ogni pudore e che partecipavano all’ultimo sacco dell’avorio, sia dai Neri che cercavano della carne da portare a casa, diventano con Jacopetti il simbolo della morte dell’Africa.

L’Africa che avevamo amato noi giovani, cresciuti nel ricordo dei padri che ne avevano coltivato le terre d’Etiopia e di Somalia, noi che avevamo letto Verdi colline d’Africa di Ernest Hemingway, e La mia Africa di Karen Blixen. Noi che amavamo anche i Neri, come il mio amico Sandro, che andò in Kenya, in un lontano villaggio, per fare il medico. O come quei giovani che partirono per arruolarsi come mercenari nel Congo, nel Katanga, nel Biafra. Vi ricordate la canzone del Bagaglino “Il mercenario”?. “Son morto nel Katanga, venivo da Lucera, avevo quarant’anni e la fedina nera. Se fossi rimasto a casa, là nella mia Lucera, ora avrei la moglie grassa, le rate e la Seicento”. Era la canzone degli Affreux, i mercenari di Mike Hoare e di Bob Denard, di Jean Schramme e Rudolf Steiner, che portava sulla giubba la croce di ferro tedesca. A loro è dedicato un lungo episodio da parte di Jacopetti e Prosperi. Certo, una parte di loro si batteva per denaro, ma rappresentavano l’ultimo soffio di vita di un’ Europa romantica che non voleva né poteva lasciare gli Africani al loro destino di morte e distruzione. Oggi, per il mondo, ci sono altri mercenari, parlano per lo più l’inglese largo d’oltre oceano, lavorano in Irak, Siria, Afghanistan. Guadagnano bene.

L’Africa non è molto cambiata in questi cinquanta anni. Alla tragedia della decolonizzazione si è aggiunta quella, che ne è il frutto conseguente, della fuga alla ricerca di un effimero benessere. Ogni giorno leggiamo di barconi che affondano con il loro carico di migranti. Movimenti politici in tutta Europa ingrassano grazie alla chiamata in difesa di un’Europa invasa, e dimentichiamo le sue, pesanti, drammatiche responsabilità, di ieri, e di oggi. L’Africa si sposta da noi, in un riflusso che è piuttosto una nemesi storica. Europa addio. (Dai confini dell’impero – 66)

La Rondine – 9.6.2018