Un finlandese ai Tropici

Questa  “Lettera dai confini” viene mandata da Chiang rai. Il nome della città, nel  nord della Thailandia, è purtroppo diventato familiare a causa della tragedia dei 12 ragazzi e del loro allenatore di calcio, rimasti intrappolati in un sistema di caverne nel nord di questa provincia. Al momento in cui scrivo non si sa ancora se potranno essere salvati. Le caverne di Tham Luang si trovano nell’area montuosa di Mä sai, al confine con Myanmar, coperta dalla jungla, e per certe parti ancora poco conosciuta. E’ la regione dove vivono le “Hilltribes”, etnie diverse da quella Thai, essendo per la maggior parte venute dalla Cina meridionale e dal Tibet negli ultimi due secoli.

Ma prima di salire su quelle montagne dobbiamo fermarci a Chiang rai, tranquilla cittadina della dimensione di Turku o Tampere, che si raggiunge con tre ore di auto da Chiang mai oppure con voli diretti da Bangkok. Non c’è molto da fare la sera qui, non è come a Pattaya, o a Pukhet, dove la vita notturna  impegna il visitatore fino alle ore piccolo;  qui, a parte pochi bar, dopo le dieci di sera, il centro della città si svuota. A Pattaya esiste  una folta comunità finlandese, che in parte si riunisce nell’ambito della Pattaya Suomi –seura. Un mio conoscente mi ha detto che ci passa diversi mesi l’anno, e quando va alla Società si porta dietro una discreta scorta di “hernekeitto”, la zuppa di piselli, piatto nazionale. I finlandesi  restano finlandesi, come è logico, e quindi a Pattaya fanno la sauna e arrostiscono la makkara.

A Chiang rai la sera frequento un piccolo bar, che si trova nella peraltro modesta per estensione, e per prezzi, area dei “girl bar” e dei  “Thai massage” . Si chiama Mala bar. Ma il nome “Mala” non fa riferimento ad equivoci  bassifondi o a luoghi di incontro della locale mafia della droga (il Triangolo d’oro dove si trova Chiang rai è famoso per la coltivazione dell’oppio e del suo contrabbando, anche se oggi sono piuttosto le droghe sintetiche ad essere commerciate tra Myanmar e Triangolo d’oro). “Mala” è semplicemente il nome della proprietaria, una simpatico signora che gestisce questo piccolo locale dove la sera i farang espatriati (farang indica in lingua thai l’occidentale) si fermano a bere una birra.

Al  Mala bar ho conosciuto alcuni di questi espatriati, ed ognuno di loro ha una sua storia, straordinaria, da raccontare. Amo le storie degli altri, le ascolto con attenzione e, arrivato a  casa, le trascrivo per una futura raccolta di novelle. E tra tutte le storie, quella più straordinaria è quella di K. Non posso citarne il vero nome, ma questo svedese di Finlandia è diventato per me l’esempio di come  i finlandesi possano radicarsi anche in foreste che sono molto diverse da quelle del loro Paese. K. ha lasciato la Finlandia da ragazzo; la famiglia si era trasferita in Danimarca, quindi non parla finlandese, ma “skandinavisk”, quell misto di danese e svedese che viene usato dai danesi e islandesi per farsi capire quando escono dai propri confine.

Con K., proprio per via della comune  “origine” finlandese, siamo subito diventati  amici. Mentre ingurgita l’ennesima birra al Mala bar (ma essendo di notevoli proporzioni fisiche questo non provoca alcun effetto su di lui) e io più modestamente bevo un succo di arancia, mi racconta la storia della sua vita. Ed è l’ultimo capitolo che in qualche modo mi coinvolge.

K.è sposato con una giovane dell’etnia Akha. Ho passato alcuni giorni come loro ospite nella casa aggrappata alle pendici della montagna che K., da bravo finlandese, si è costruita con le proprie mani.

La moglie di K. si chiama Kop, ha ventisei anni (lui ha abbondantemente passato la cinquantina), la pelle molto scura che contraddistingue gli Akha dai Thai di Chiang rai, dotata di un ottimo sense of humour, parla bene l’inglese. Si sono conosciuti in internet. Lei lavorava in un negozio di Bangkok. Abitano qui da alcuni mesi. Non hanno figli né lei, cosa non comune perché le thai delle montagne cominciano a farne in giovane età, ne aveva da prima.

K. non ha studiato, non è andato oltre la scuola media, ma ha una discreta cultura da autodidatta e sa usare molto bene i computer. Vive evidentemente di rendita di quello che ha guadagnato in precedenza; che cosa esattamente abbia fatto, non me lo ha raccontato.

Diventati amici appunto al Mala bar ha volute farmi vedere la casa sulla montagna.  E’ dunque venuto a prendermi  una mattina; in auto da casa sua a Chiang rai ci sono due ore di strada quasi tutta di montagna, ma K. è abituato a percorrerla col suo pick up, spesso viene in città o per fare spese o per “rilassarsi” e fare quattro chiacchiere con altri espatriati. E lo capisco, lassù, nel suo nido d’aquila tra persone con cui può solo comunicare a gesti o tramite la moglie (K. non parla né thai né akha), qualche momento di solitudine deve coglierlo.

La strada per arrivare a casa sua, usciti dalla piana di Chiang rai, si arrampica sulla montagna, quasi fossimo nelle Dolomiti per via dei tornanti. L’ultimo tratto è ripidissimo, su una stradina scivolosa. Purtroppo gli incidenti sono molto frequenti e I thai guidano veramente come pazzi.

Mentre scrivo, fuori  scroscia il monsone del pomeriggio, ma non dura molto. Ora infatti ha quasi smesso di piovere e ricominciano a suonare, con I soliti altoparlanti, quella musica malinconica così tipica delle canzoni popolari indocinesi, come quelle vietnamite che suonavano negli anni della Guerra di Indocina al Deux Moulins di Saigon. Ogni tanto nel vicinato organizzano una festa di matrimonio, o un funerale, la musica è più o meno la stessa.

Il villaggio dove abitano K. e Kop è vicino Mä salon, un centro agricolo situate in un circondario dove si coltivano soprattutto ananas e tè. Il villaggio di K. e Kop è fatto di poche case sparse, alcune con i muri di mattoni e il tetto di metallo, altre di bamboo col tetto coperto di frasche. C’è una piccolo scuola, una chiesa cattolica e un piccolo cimitero pure cattolico.

La casa costruita da K. è  piantata in cima alla montagna, siamo a circa mille metri, e domina con una vista straordinaria la vallata sottostante. La jungla si alterna alle piantagioni di tè, poche case isolate sparse sulle pendici dei colli, e in lontananza il villaggio di Mä salon. Sulla destra, in cima ad una montagna, una enorme stratua di Buddha.

La casa consta di una grande stanza da letto che ha anche la funzione di studio, e una stanza per gli ospiti. Ma buona parte del tempo K. e Kop lo passano sulla grande terrazzo in cima (non c’è quindi tetto vero e proprio, o sulla veranda, in un angolo c’è la cucina, che è quindi all’aperto. Il bagno, per fortuna, è occidentale. Ci sono in realtà tutti i comfort, acqua calda, elettricità, internet. Un vicino ha anche una antenna parabolic per la TV. La modernità arriva dappertutto.

Di giorno fa caldo, un caldo umido e sfibrante. La notte invece sale il fresco dalle montagne. Purtroppo salgono anche miriadi di insetti che farebbero la gioia di un entomologo. Insetti mai visti prima. K. mi dice di fare attenzione ad uno che assomiglia alla larva di una farfalla, ma non lo è, e sprizza un veleno che se colpisce gli occhi richiede una rapida corsa in ospedale. K. Mi ha chiesto se ho fatto il vaccino per la malaria, che ovviamente non ho fatto, perché quella è una zona malarica. Però qui c’è anche la febbre deng, sempre portata dalle zanzare. Le autorità fanno una attiva campagna per far prosciugare l’acqua stagnante. Le zanzare finlandesi, famose per tormentare il turista, qui sarebbero delle dilettanti.

Qui l’amministrazione Thai non arriva, o arriva solo per certe cose, per esempio la presenza dell’esercito, che pattuglia questa zona di confine con Myanmar, dove passano i contrabbandieri di droga, amfetamine e oppio, e i guerriglieri Karen in perenna lotta con il governo del Myanmar e in parte anche con quello Thai. Di tanto in tanto, viaggiando in auto, dobbiamo fermarci a un posto di blocco, il fucile puntato al finestrino. Ma quando il soldato vede che siamo “farang”, sorride e fa cenno di passare.

Qui viveva il famoso  Khun Sa, il “Signore della Guerra e della droga”, capo della guerriglia Karen che finanziava appunto con la vendita dell’oppio,  di cui parla anche Tiziano Terzani, che si consegnò alla polizia burmese in cambio dell’immunità. Ma forse il pericolo maggiore sono i locali che si drogano con “ya ba”, una droga ricavata da una pianta, oppure con altre droghe sintetiche, per comprare le quali possono anche rubare o derubare.

Sulle montagne vivono anche varie specie di serpenti. Al mercato del villaggio ho visto in vendita gli stivaloni alti fino all’inguine che non servono per pescare o andare in risaia, ma per  proteggersi nella jungla dai cobra. K. mi ha raccontato della donna che si è presentata al piccolo ospedale del paese giù a valle, dicendo che era stata morsa da un serpente. “Quale?” ha chiesto il medico per poter individuare il giusto siero. E lei ha risposto “questo” e ha mostrato il serpente che aveva giudiziosamente ucciso.

Nella jungla (non la chiamo “bosco” non solo per il tipo di vegetazione, ma perché “bosco” si riferisce a qualcosa di tutto sommato “civile”, controllato, limitato, come in Finlandia, mentre qui la vegetazione copre una grande area, e solo una parte è parco nazionale).  Ci sono cervi, cinghiali, maiali diventati selvatici,  e l’anno scorso hanno anche visto una tigre. Elefanti  non ce ne sono, li ho visti più in basso, ma domestici, usati per la gioia del turista.

La mattina seguente al mio arrivo la sveglia era per le 5 perché alle sei apre il “talaad”, il mercato di Do Thai, e bisogna andarci con Kop e la madre di buon’ora per le compere (ma penso che lo facciano semplicemente per abitudine, di merce ce n’è in abbondanza).

La notte per me è stata agitata. Non solo il letto non familiare, ma soprattutto quel sottile insinuarsi nella mente della domanda: “e se ti sequestrano?” I sequestri  di farang non sono rari nel sud-est asiatico (due finlandesi per molto tempo restarono nelle mani di guerriglieri filippini), e qui girano I ribelli Karen, oltre a gang di contrabbandieri. Avevo chiesto a K. se non avesse paura. La sera seguente capirò meglio che tipo di vita K. ha avuto e perché non abbia molta paura di un evento del genere (insomma non è stato un impiegato del catasto) e poi mi ha detto che in una evenienza del genere si butterebbe per terra. E’ alto due metri e pesa 140 kg. Quindi I rapitori verrebbero subito dopo nella mia stanza, pensavo, per della roba più leggera. Avevo fatto amicizia, io generalmente timoroso di cani, con i 4 cani di K. (ne comprai spudoratamente I favori passandogli di nascosto pezzi della mia bistecca), e uno dormiva proprio sulla soglia della mia stanza. L’ho ribattezzato “Fido”. I cani qui abbondano, come in tutta la Thailandia rurale. Qualche tempo fa una Contadina portò a K. un cane e gli ha chiesto: “vuoi comprarlo?” Lui ha risposto che di cani ne aveva già abbastanza. Lei ha concluso “mai pen lai (non importa), allora lo mangio”.

Il mattino arrivò finalmente con il concerto di stormi di uccelli che avevano sostituito quello delle cicale. I brontolii che avevo sentito non erano certamente, pensai alla luce del giorno, quelli di una tigre (ma dopotutto non siamo lontani dalla Malesia, terra appunto di tigri salgariane), ma del temporale in lontananza.

Una tazza di caffè, un toast ed eccomii  pronto per scendere al mercato rionale, felice della meravigliosa vista delle cime dei monti che spuntavano in un mare di nuvole e, soprattutto, di non essere caduto nelle mani dei Karen o dei Thugs della dea Kalì. Mai risveglio alle 5 del mattino era stato più dolce e gradito.

Gli Akha

Le Hilltribes sono le etnie che vivono in questa regione a confine tra Thailandia, Myanmar (ma prefersico chiamarla Burma per motive di riminescenza coloniale) e Laos.  Tra queste ci sono gli Akha, venuti  tra la fine dell’Ottocento e gli anni Venti del secolo scorso dallo Yunnan, la regione del sud della Cina. La loro origine  è però tibetana, come è per I Karen, altro popolo delle montagne. Parlano una loro lingua, che i Thai non capiscono, e molti Akha non parlano thai; non hanno una lingua scritta, il che crea non pochi problem pratici.

Gli Akha sono animisti, ma naturalmente tra loro si è diffuso il buddhismo (in un paese di 300.000 monaci come è la Thailandia, da quelle parti ne ho visti pochissimi, solo alcuni giovani novizi). La cosa più curiosa è  la diffusione del cristianesimo. Molti qui sono cattolici, ad esempio la madre di Kop, mentre Kop è luterana perché ha studiato in una scuola tenuta da luterani in un altro villaggio. Ho chiesto a Kop come mai tanto successo del cristianesimo. Lei mi ha risposto ”perché anni fa arrivarono I missionari”. Ma questo, obiettai, non spiega la rapida diffusione di una religione talmente estranea alla cultura Akha come è quella cristiana. Poi, parlando con lei e K. ho capito il vero motive, essenzialmente sociale.

La madre di Kop, una donna piccolo, dall’età indefinibile, probabilmente sulla sessantina, è stata abbandonata dal marito, che ha preso un’altra moglie. Ha di conseguenza  perso il rango di “mia luang”, cioè di prima moglie, come la definiscono i thailandesi;  qui esiste ed è praticata la poligamia. Il marito la obbligò al ruolo di “mia noj”, cioè moglie “minore”; esiste anche un terzo rango, “kik”, in pratica l’amante.

Abitano tutte nella stessa casa, oppure, se l’uomo se lo può permettere, ognuna ha la sua capanna. La madre di Kop alla fine fu espulsa anche da quella posizione e diventò una (letteralmente) reietta. Questo vuol dire l’emarginazione nella società akha. Lo stesso succede ai gemelli, per qualche strana credenza che li ritiene essere dei freaks, presente anche presso altri popoli.

Devono camminare dal lato opposto della strada dove camminano gli altri e a loro non ci si rivolge. Inutile dire che nella famiglia la moglie è completamente sottomessa all’autorità del marito. Ci sono poi stratificazioni interne alla società con le relative distinzioni tra ranghi sociali. Qui vige per molte cose la legge tribale, non quella dello stato thai. Ad esempio la proprietà non è private, ma i campi, i terreni sono distribuiti dal capo della comunità a cui essi appartengono. Non si pagano tasse (paese felice!) e molti bambini non vanno a scuola perché nessuna autorità sa che esistono.

Ecco dunque la spiegazione del successo del cristianesimo. Il messaggio di uguaglianza che il Vangelo trasmette, riabilita gli Akha caduti in disgrazia, soprattutto le donne, e li mette al riparo comunque dall’emarginazione. Ora in chiesa, predica il missionario, siete tutti uguali. Naturalmente sono stati necessari dei compromessi, e nella pratica religiosa dei cristiani sono stati ammessi spiriti, fantasmi, superstizioni, piccoli dei e dee della montagna, riti esorcistici che riguardano cose fauste e infauste. Al matrimonio di K. e Kop hanno sgozzato un maiale e nel  fegato è stato letto il future degli sposi.

In certi campi le due credenze si sommano in modo tale da creare vincoli quasi soffocanti. Quando arrivammo col pick up di K. alla sua casa, che da una parte si affaccia sul pendio e l’altra su uno spiazzo dove c’è anche l’edificio del doposcuola, fummo accolto da quattro cani e quattro bambini. K. diede ai cani dei secchi ordini in svedese (è incredibile la conoscenza delle lingue che hanno I cani Akha) per fargli capire che io ero amico e ospite. I quattro bambini erano curiosissimi ovviamente del nuovo farang e entrarono con noi in casa. K. ha sempre in riserva per loro dei ghiaccioli, e io ho dato qualche monetina. Raramente ho conosciuto bambini più deliziosi. Ben vestiti e puliti (ma non è sempre così) erano educatissimi, qualcuno capiva e parlava il thai, i più piccoli ancora no. K. li ha ribattezzati, ad esempio il più vispo lo ha chiamato Sunshine e la sorellina Rainbow (i nomi Akha sono ostici da ricordare). Una di loro, la più grande, di 13 o 14 anni, di etnia cinese, ma vive tra gli Akha, è sposata. Chiederò poi a Kop come mai così giovane, e mi ha detto che se ragazza e ragazzo vengono scoperti in relazione di eccessiva familairietà sessuale sono costretti a sposarsi. Non è ammissibile il sesso altrimenti fuori dal matrimonio. Ecco che cristianesimo e antiche credenze, probabilmente nate per attuare un certo controllo sulle nascite, vengono a coincidere.

La visita al mercato fu molto interessante. Gli Akha ci vanno per  trovare amici e parenti dei differenti villaggi; comprano, vendono, a volte pochi ciuffi di verdure o qualche pesce, ma tutti alla fine sono contenti. Le donne più anziane portano ancora il vestito tradizionale coloratissimo, un po’ come quello lappone, o il copricapo coperto o di monete d’argento o di altro metallo. La gente sorride ai due farang Luigi e K., ma non è invadente, è una delle più belle caratteristiche dei Thai. Se pensiamo al tormento dell’occidentale ossessionato da torme di mendicanti, importuni venditori di cammelli, tappeti e sorelle dell’India e dei paesi arabi, questo è il paradiso. Comunque in quei giorni non ho visto neppure un “bianco”, per non parlare di turisti, che però arrivano più sotto a Mä salon, soprattutto cinesi, qui disprezzati anche se portano soldi.

Una sera siamo andati in un piccolo ristorante, due piccolo tavolini messi su una stuoia, dove preparano un ottimo pollo arrosto (qui i polli sono realmente ruspanti).  Era già buio da un bel po’, ma K. ha voluto portarmi al “wat”, il tempio buddista di Do Mä salon Dai, costruito in cima a una montagna. Non c’era nessuno, ci si arriva, tra una fitta nebbia che si dirada alla sommità, lungo una strada ripida e piena di tornanti.

Il tempio, con le sue molteplice effigi di Buddha e di altre divinità, era suggestivamente illuminato; di monaci nemmeno l’ombra. Sotto di noi la valle, ma poche luci a Mä salon, pochissime auto in lontananza.

L’enorme Buddha, in alto, sulla sommità del tempio, con gli occhi socchiusi non so se stesse meditando o dormendo. Farebbe meglio a stare sveglio, i cristiani gli stanno fregando il gregge. (Dai confini dell’impero – 67)

Foto di Luigi G. de Anna

La Rondine – 29.6.2018