Racconto del miracolo di Chiang rai, una storia fuori dell’ordinario

Chiang rai è una piccola città della Thailandia settentrionale. Dalla finestra della mia stanza vedo le montagne nelle cui viscere i dodici ragazzi della squadra dei ”cinghiali” e il loro allenatore sono rimasti prigionieri dal 23 giugno al 10 luglio. A duecento metri da qui c’è l’ospedale dove sono ora in osservazione, ma non in cura. E questo di essere non solo sopravvissuti praticamente senza cibo, in una buia ed umida caverna, è uno dei tanti miracoli di questa vicenda.

Tutto è iniziato quando, certo avventatamente nonostante i cartelli di pericolo all’entrata della grotta nel periodo delle piogge monsoniche, i ragazzi si sono avventurati nel sistema sotterraneo di Tham Luang, a poca distanza dalla cittadina di Mae sai, sede di un grande bazar al confine con Myanmar. Quando i genitori non li hanno visti tornare e quando sono state trovate le loro biciclette e le loro scarpe (sapevano dunque che in parte l’itinerario che avrebbero seguito era allagato) è scattato l’allarme. I primi ad intervenire, essendo chiaro che dalle grotte non si poteva uscire a causa del livello dell’acqua che aveva completamente ostruito alcuni passaggi, sono stati i coraggiosissimi sommozzatori Seals della marina militare thailandese.

I Seals sono però addestrati ad operazioni di demolizione e intervento nell’ambiente marino e comunque a muoversi in ampi spazi, mentre a Tham Luang i cunicoli sono stretti e la visibilità praticamente ridotta a zero a causa della melma. Per fare i primi progressi ci sono voluti i sommozzatori speleologi. E’ così iniziata la corsa della solidarietà internazionale e hanno cominciato ad affluire esperti di operazioni di salvataggio sotterraneo dall’Inghilterra, dall’Australia, da altri Paesi asiatici, cui si sono uniti altri “farang” residenti a Chiang rai, tra cui anche un finlandese. Costoro sono stati di grande aiuto perché conoscono bene quelle grotte e i pericoli che vi si nascondono.

La sera dell’otto di luglio ero seduto al Mala bar, il piccolo locale nella strada che sbocca nello spiazzo del Clock Tower, il più famoso monumento cittadino. E’ tempo di campionati del mondo di calcio. Verso le nove ho sentito alzarsi da ogni parte un grido. Ho pensato che qualche squadra avesse fatto gol. Era invece il grido di gioia per la notizia, appena arrivata, che i ragazzi erano stati trovati vivi. Un grido che al tempo stesso si levava da tutta la Thailandia, che da giorni, come oramai il resto del mondo, tratteneva il fiato per la sorte dei ragazzi e del loro allenatore. Molti erano oramai convinti che sarebbero stati trovati morti. Senza cibo, se non quei pochi snacks che avevano comprato prima di iniziare l’esplorazione, costretti a bere l’acqua limacciosa che può provocare dissenteria, praticamente al buio una volta esaurite le pile dei telefonini e delle poche torce elettriche che avevano con sé, come avrebbero potuto sopravvivere?

Ma tutto in questa drammatica storia è stato fuori dall’ordinario. La natura esotica, la giungla che ricopre le montagne, un’area poco esplorata, una terra ancora oggi di contrabbandieri e guerriglieri Karen. Qui abitano etnie diverse, gli Akha (nella foto un costume tradizionale), i Karen, i Lisu, gli Yao, venuti dallo Yunnan e dal Tibet, che hanno una loro lingua, loro costumi e religioni. Spesso neppure registrati dalle autorità thailandesi (la mia amica Runge, una Akha, mi ha detto che la madre non sa quale sia la sua esatta data di nascita). Sono le Hill tribes che popolano cittadine alle pendici delle montagne, ma anche sperduti villaggi che, quando le strade sterrate diventano impraticabili a causa delle piogge, restano isolati.

I dodici “cinghiali” sono di qui, e questo può spiegare la loro incredibile capacità di sopravvivenza. Abituati a muoversi in questa fitta foresta, ad andare a scuola coprendo a volte grandi distanze, e abituati alla disciplina della squadra di calcio, avevano potenzialmente in se stessi quanto serviva loro per restare in vita, e su questo contavano i soccorritori.

I Thailandesi sono noti come lo smiling people, ma la loro capacità di sopportare le avversità è stata confermata proprio da questa vicenda. Certo, se si fosse trattato di ragazzi di Bangkok o di qualche altra grande città, nutriti di hamburger e telefonini, forse le cose sarebbero andate diversamente.

Alla fine i “cinghiali” si sono addirittura trasformati in sommozzatori, e molti di loro neppure sapevano nuotare. Sono stati distribuiti dei calmanti per evitare attacchi di panico e, accompagnati ognuno da due sub, hanno ripercorso il cammino fatto all’andata, questa volta in parte inondato.

Ed ecco un altro miracolo: quando l’ultimo, l’allenatore, che da bravo capitano aveva voluto essere appunto l’ultimo a lasciare la grotta, era appena stato estratto, le pompe idrovore hanno cessato di funzionare, causando la rapida ritirata dei molti addetti lungo il tragitto. Se il livello dell’acqua fosse salito, il salvataggio non sarebbe stato più possible.

Ma non ci sono stati solo dei ragazzi di straordinario coraggio; lo stesso coraggio ispirato da un ammirevole senso di abnegazione era comune a tutti quei mille soccorritori, thailandesi e stranieri, che avevano partecipato alla ”Mission impossible”, divenuta alla fine, come ha detto uno dei responsabile, una ”Mission possible”.

Erano accorsi da ogni parte della Thailandia e molti dall’estero. Tra loro quell’ex sottufficiale dei Seals che ha perso la vita, generosamente venuto qui come volontario, alla cui famiglia il Re di Thailandia ha promesso un generoso aiuto finanziario.

Possiamo solo immaginare come ci saremmo comportati noi italiani, tra le solite “lacrime e rabbia”, con le interviste ai genitori “che cosa prova oggi?” con le polemiche sulla mancanza o la disorganizzazione dei soccorsi, con il palleggiarsi delle accuse e delle responsabilità. Niente di tutto questo qui; la Nazione è rimasta compatta e fiduciosa nelle scelte fatte dale autorità, guidate dal governatore di Chiang rai, Narongsak Osotthanakorn, famoso qui per avere rifiutato più di trenta licenze edilizie irregolari a grandi ditte. A questo spirito di solidarietà, nelle trasmissioni televisive, faceva appello il primo ministro, il generale Prayut Chan-o cha.

Non potevamo avere esempio più eclatante di come la solidarietà internazionale possa superare le barriere della politica, dei contrasti politici, delle inimicizie. Da questo dramma abbiamo imparato molto sul piano tecnico, ma ancora di più su quello morale. E non solo. L’aiuto è venuto anche da altre parti.

All’imboccatura della grotta sono stati erette quelle che qui chiamano “case degli spiriti”, altarini dove si espongono offerte, frutta, bevande, perfino teste di maiale bollite per placare gli spiriti del luogo. L’odore dell’incenso si univa a quello della cera delle candele. Monaci di alto rango sono venuti dai vari monasteri della Thailandia e di Myanmar, che hanno unito le loro preghiere ai sacerdoti cattolici e protestanti (le Hill tribes sono più cristiane che buddiste o animiste), mentre uno sciamano cercava di prendere contatto per via telepatica con i ragazzi. I genitori e i parenti hanno immerso reti da pesca per “pescare” i cattivi spiriti dell’acqua, stando bene attenti a non svegliare il drago che si dice abiti sotto terra. L’unione delle più moderne tecnologie e delle pratiche religiose, anche ancestrali, ha fatto, agli occhi dei Thailandesi, il grande miracolo.

Da qualche giorno, a operazioni concluse, su Chiang rai splende il sole. La grande paura era il ritorno dei temporali monsonici che avrebbero nuovamente allagato le grotte. Così non è successo. Ma anche questo è miracoloso perché abitualmente ogni giorno di questa stagione sulle montagne si scatenano i temporali.

Anche dall’Alto si è volute portare un proprio contributo.  (Dai Confini dell’impero 67)

La Rondine – 15.7.2018