Ricordo di Nonno Arvi, un frutto della terra

Il lettore di queste Lettere dai confini, oramai abituato alle mie divagazioni di storia personale, mi perdonerà questo ulteriore ricordo, dedicato ad un finlandese come ce ne sono molti, anzi, purtroppo, come ce ne sono stati molti. Quindici anni fa “andava avanti”, come usano dire gli Alpini di chi ci lascia, Nonno Arvi. Era il nonno di mio figlio Mikael, un contadino della campagna di Mikkeli. Un uomo qualunque, ma che aveva attraversato più di una guerra, restandone segnato.

La vigilia di Natale, prima di mettersi a tavola per la cena tradizionale, i finlandesi vanno a far visita ai loro cari. Ai vivi e ai morti. I cimiteri in Finlandia sono molto belli. Non hanno il gusto spesso macabro di quelli italiani, col loro affastellarsi di tombe, croci, ossari e cappelle gentilizie. Qui i cimiteri sono come una continuazione del bosco, e nel bosco infatti si trovano.

In Finlandia a Natale fa buio presto. Il cimitero sembra di conseguenza galleggiare in un mare di piccole fiammelle. Ogni tomba ha il suo lumino. Ma la parte più bella è quella riservata ai caduti in guerra. Sobrie, senza clamori patriottardi, senza retorica, le tombe dei caduti ricordano ai finlandesi di oggi, anzi agli europei di oggi, il sacrificio di un nobile popolo per la salvezza della propria patria dall’invasione comunista.

La tomba di Arvi Haponen è quasi al margine estremo del cimitero di Mikkeli, una città a poca distanza dal confine russo. Arvi andò in guerra quando aveva diciannove anni. Era il 1943. Nell’estate del 1944 si trovava a Vuosalmi. Era il tempo più disperato della difesa della Finlandia. I sovietici stavano rompendo il fronte dell’Istmo di Carelia, ancora un sforzo e la strada per Helsinki si sarebbe aperta. Arvi e altri giovani come lui rappresentavano l’ultima risorsa di una nazione già a lungo provata. Dopo di loro non restavano che donne, vecchi e adolescenti.

La linea Mannerheim resse. I sovietici non riuscirono a passare. Molti, tanti di quei giovani finlandesi morirono. Vedo le date nel cimitero di Mikkeli, tutti, o quasi tutti, nati nei primi anni Venti. Arvi non morì. La mitragliatrice russa gli falciò le gambe. Rimase così, per molte ore, senza che nessuno si accorgesse che lui non era morto. Poi lo portarono all’ospedale da campo. Salvò le gambe, ma restò per tutta la vita grande invalido di guerra.

Arvi è il nonno di mio figlio, il pappa, come si dice qui. Veniva da una famiglia originaria della Carelia russa. Contadini. Prima braccianti agricoli, poi mezzadri, poi piccoli proprietari. Coltivare la terra non era e non è cosa facile a queste latitudini. Terra ingrata, che anche a lavorararla duro dà poco. E poi le gelate estive ed autunnali, la pioggia che allaga o la pioggia che non viene. E’ forse grazie a questo clima, a questa vita così difficile da vivere, che i finlandesi della generazione di Nonno Arvi riuscirono a respingere i soldati di Stalin. Arvi da ragazzo faceva i suoi buoni trenta chilometri al giorno con gli sci per andare a scuola. Fu facile lasciare i libri per imbracciare il fucile. Gli sci restavano. Purtroppo oggi questi contadini che avevano il fisico del legno duro delle loro foreste sono diventati rari, quasi non ci sono più. Le campagne si sono spopolate. L’Unione Europea continua a tagliare le sovvenzioni indispensabili a far vivere la cura dei campi, qui dove difficilmente una cultura sarebbe redditizia a livello di concorrenza europea. E una cultura, uno stile di vita, un coraggio vorrei dire, vanno lentamente perduti.

Nonno Arvi conosceva bene la foresta. Quando portava il nipotino in giro per i boschi che attorniano la sua bella casa di legno dipinta di rosso, gli faceva vedere le orme impresse sulla neve. Questo è lo scoiattolo, quesa è la lepre. Attento, questo è il lupo. Chissà se era vero. Forse esagerava, ma era come raccontare una favola. Mikael saliva poi sulla slitta che il nonno gli aveva costruito, tirata da un cavallino dalla folta criniera e se ne andavano. Non so dove e io, papà italiano di tradizione urbana, restavo, un po’ preoccupato, a guardarli mentre si allontanavano. Nonno Arvi con gli anni si poteva muovere sempre più con difficoltà, a causa delle antiche ferite. Continuava però a girare per i boschi, a Natale portava a casa l’abete che aveva tagliato, scegliendolo accuratamente.

Poi accendeva il fuoco nel camino e preparava la sua specialità, uno stufato di coniglio e pollo. Non parlava volentieri della guerra. Ma qualche volta, se il nipotino glielo chiedeva, si lasciava andare ai ricordi. Non era particolarmente patriottico. Forse, sospettavo, la sua famiglia era stata piuttosto dalla parte dei rossi che dei bianchi al tempo della sanguinosa guerra civile del 1917-1918. Si sposò del resto con Sinikka, la maestra del paese, che era una fervente socialista. In verità la guerra lui l’aveva fatta perché ce lo avevano chiamato. E la fece senza protestare, anche se aveva solo diciannove anni quando lo arruolarono. La fece per difendere quei boschi e quei laghi, la fece perché “i fratelli non si abbandonano”, come usavano dire i soldati finlandesi. I fratelli di quella Carelia di Viipuri presa brutalmente dai soldati di Stalin. Nonno Arvi era in realtà un anarchico, se questo termine ha un senso da queste parti. Come tutti coloro che sono cresciuti tra i boschi e le brughiere, sfuggendo alle vessazioni del proprietario terriero e alle prediche del parroco luterano.

Come gli eroi di Knut Hamsun. Erano i frutti della Terra, per citare il titolo di un bellissimo romanzo dello scrittore norvegese. Una terra lontana, alla periferia dell’Europa. Eppure ancora Europa. (Dai confini dell’impero 69)

La Rondine – 27.8.2018