Il viaggio di Colombo ai confini del mondo

Ieri sera ho incontrato Pocahontas. A dire la verità non si tratta della principessa dei Powhatan della Virginia, e neppure di una sua discendente, ma una simpatica e giovane signora thailandese che gestisce a Chiang rai, dove mi trovo, un piccolo negozio di dolciumi. Si chiama Nek. E Nek assomiglia moltissimo a Pocahontas. I tratti del volto, il naso affilato (certamente rifatto, le donne thai amano i nasi “occidentali”, tanto che per secoli gli europei venivano chiamati in Asia “i grandi nasi”), i capelli nerissimi legati dietro la nuca mi fanno appunto ricordare la principessa indiana.

E per converso mi fanno pensare che quando Cristoforo Colombo arrivò nel Nuovo Mondo, la vista di quegli indigeni lo riconfermò nella sua idea di avere raggiunto l’Asia.

Ma non è del suo viaggio americano che vorrei parlare. Alcuni aspetti dell’epopea colombiana sono rimasti in ombra. Ad esempio pochi ricordano che Cristoforo fu, nel febbraio del 1477, uno dei primi italiani a giungere in Islanda e a navigare a nord di essa. O meglio, così suo figlio Fernando scrisse nella biografia del padre, Historie Del S.D. Fernando Colombo; Nelle quali s’ha parti­colare, et vera relatione della vita, et de’ fatti dell’Am­miraglio D. Christoforo Colombo, suo padre, pubblicata a Venezia nel 1571, corroborato da Bartolomé del las Casas. In realtà, come scrissi alcuni anni fa (Le isole perdute e le isole ritrovate. Cristoforo Colom­bo, Tile e Frislanda. Un problema nella storia dell’ esplorazio­ne nord-atlantica, Turku 1993) manca qualsiasi documentazione che possa provare che il viaggio sia realmente avvenuto e che effettivamente Colombo si fosse spinto per cento miglia oltre l’Islanda fino a intra­vedere le coste della Groenlandia, anche se è vero che raggiunse l’Inghilterra, dopo essere arrivato a Lisbona nel 1476.

Nonostante questo, molti tra i maggiori studiosi colombiani, come Madariaga, Morison, Taviani e De Lollis hanno ritenuto che il viaggio abbia veramente avuto luogo, non tenendo a sufficienza presente che il figlio Fernando in realtà, con la sua affermazione, intendeva nobilitare l’operato paterno, facendolo giungere fino a quella misteriosa Thule che era stata menzionata da Virgilio e Seneca come simbolo della più lontana terra settentrionale.

Colombo in realtà non parla direttamente di Islanda, ma appunto della favo­losa Tile, la Thule degli An­tichi, isola di problematica identificazione, tanto che, è la nostra opinione, Colombo con essa non indicò l’Islanda ma le Shetland o una delle Orcadi. Per comprendere i motivi, non diciamo del viaggio in Tile e oltre, ma della menzione che di esso viene fatta nel corpus colombiano dobbiamo tenere presente che la re­gistrazione che ci è giunta è posteriore di alcuni decenni rispetto al viaggio ed è, come abbiamo detto, opera del figlio Fernando e di Bartolomé de Las Casas e che essa di conse­guenza rientra in un piano strategico più ampio di quanto non sia quello rappresentato dal desiderio di tra­mandare il ricordo di un’impresa, pur notevole che fosse.

Il piano originario cui si deve far risalire la menzione di Thule riguarda la “costruzione dei nuovi mondi”, secondo la definizione di Pierre Chaunu, la quale si sovrappone all’ originario programma colombiano di ricerca della via che porta alle Indie. La prima menzione al viaggio boreale fu fatta da Cristoforo Colombo nel 1495, e cioè quando oramai le vie dell’ovest, dell’est e del sud erano state aperte. Era quindi logico pensare che anche quella del nord dovesse rientrare in quella fertile opera umana che era la scoperta. Certo, il nord Atlantico era già nel medioevo un mare frequentato. Il grande mare continuum che va dalla Manica al Baltico, dal mar glaciale a quello di Barents in varia misura è già uno spazio pieno. Irlandesi, vichinghi, scandinavi, perfino, fino a certe latitudini, i latini (cioè fiorentini, genove­si e venezia­ni) vi avevano avuto accesso. Poi si inserirà la Hansa, e infine, nel XV secolo, arriveranno gli inglesi e gli olan­desi.

La via della lontana Groenlandia era stata aperta dai vichinghi ed ancora praticata agli inizi del Quattrocento. E non bisogna dimenticare il seppur discusso viaggio dei fratelli Antonio e Nicolò Zeno (1383-1403), che avrebbero toccato l’Islanda, la Groenlandia e perfino l’America settentrionale, come raccontato in una tarda relazione cinquecentesca. (Qui sopra una riproduzione settecentesca della loro “Mappa“)

Con il viaggio di Colombo si sarebbe così compiuto il lungo processo di presa di possesso dell’orbis da parte della civiltà cristiana d’Occidente. Una presa di possesso che doveva confrontarsi con le aree periferiche dove vivevano popoli pagani, nei confronti dei quali la Chiesa sentiva il dovere di convertire. Una di queste aree dell’ignoto è appunto da collo­carsi nell’estremo settent­rione. L’averla sfiorata (secondo i più) o penetrata (se­condo altri) o l’aver semplicemente immaginato di esservi andati, corrisponde non solo al desiderio di un singo­lo, nel nostro caso Colombo, ma sop­rattutto all’esi­genza di dimost­rare, naturalmente a poste­riori, dato che le nostre fonti seguono di molti anni il presunto viaggio, la possi­bilità di accesso.

Il settentrio­ne non è, ci dice Cristofo­ro per bocca di Fernan­do e Las Casas, il mondo dell’orri­do, del gelo, perfino del Male ( ab Aquilone pandetur omne malum si trova scritto nel Vec­chio Testamen­to). E’ un mondo come il nostro, non è la soglia insomma dell’in­ferno, come molti avevano creduto fosse l’Islanda, anche se vi si riscontrano fenomeni fisici eccezionali, ad esempio quello delle maree, che tanto interessò Colombo, ma comunque non al di fuori di quanto ordinato secondo Natura. Ecco il Colombo rinascimentale, l’uomo che ha i piedi in terra, che osser­va, riporta, annota.

Ma sappiamo anche, e ce lo ha insegna­to Tzvetan Todorov e ripetuto Juan Gil, che quell’­uomo serba­va nella propria mente anche altre certezze, altre osses­sioni. L’espansione del cristianesimo, la conversione sono in cima alle sue preoccupazioni, forse più dell’oro che andava cercando nel Nuovo Mondo. E il cristianesimo deve giungere anche nel più lontano angolo dell’orbis. In questo senso la menzogna di Colombo, che tale fu nella sostanza da un punto di vista della storia delle esplorazioni, servì a celebrare la gloria di Dio. Egli, Colombo, portava la Croce là dove nessuno l’aveva portata. Peccato che insieme a quell’insegna di civiltà sbarcarono nei Nuovi Mondi anche la cupidigia, la violenza, la sopraffazione. Colombo l’incorrotto, portava tra gli Indi la corruzione. Amaro destino dell’Occidente. (Dai confini dell’impero – 74)

La Rondine – 1.2.2019