Cercando l’imperatrice

Chissà che cosa ne disse Roberto Pazzi. Era l’inverno del 1988, lo scrittore ferrarese era venuto in Finlandia per presentare la traduzione del suo romanzo Cercando l’imperatore, un bellissimo romanzo. Facemmo una lunga camminata sul fiume Aura, ghiacciato. Se avessimo continuato, lì, verso est, saremmo arrivati (metaforicamente) a San Pietroburgo. Che poi non era ancora San Pietroburgo, ma l’arcigna Leningrado. Parlammo di Russia, della grande madre Russia e degli zar. Parlarne dalla costa finlandese non è facile. Qui si sono combattute innumerevoli guerre contro i russi, qui i russi hanno bombardato innumerevoli volte, dalle galere, dai vascelli, e poi, sostituita l’aquila con la falce e martello, dal cielo. Il castello, il bel castello di Turku, fu incendiato, quartieri della città distrutti, senza che fossero obiettivi militari. Come si fa a parlare dell’imperatore di santa madre Russia su questa costa? 

Eppure il 26 settembre del 2006, la nave ammiraglia della flotta finlandese, la Pohjanmaa, salutò solennemente, con la bandiera a mezz’asta, la nave da guerra danese HDMS Esbern Snare al largo dell’isola di Jussarö. La corvetta danese trasportava i resti terreni dell’imperatrice Maria Fjodorovna, figlia del re di Danimarca Cristiano IX e moglie dello zar Alessandro III. Giusto riconoscimento da parte dei finlandesi per la loro imperatrice che, a fianco del marito, governò il granducato di Finlandia tra il 1881 e il 1894. Imperatrice amata dai suoi popoli, forse anche perché Alessandro III fu l’unico zar che non abbia fatto guerre durante gli anni del proprio regno. La zarina ebbe del resto un certo rilievo nella vita del futuro maresciallo di Finlandia ed eroe della sua indipendenza, il barone Carl Gustaf Mannerheim. Maria era infatti il comandante onorario del reggimento della guardia Chevalier, in cui, nel 1891, serviva il giovane ufficiale finlandese. In un suo colloquio con Mannerheim, la zarina dimostrò di conoscere bene la Finlandia e ricordava il padre e in particolare il nonno di Carl Gustaf, entomologo di fama mondiale, di cui appunto il giovane portava il nome. Nelle Memorie del Maresciallo si legge: ”Una volta l’anno il comandante del reggimento, la zarina Maria Fjodorovna, invitava l’intero corpo ufficiali con le loro consorti. Il ricevimento aveva luogo in presenza dell’imperatore Alessandro III”. L’affezione di Mannerheim per la zarina continuò anche all’epoca dell’esilio, ed ogni volta che passava da Copenaghen non mancava di mandarle un mazzo di rose rosse. Con grande dolore, nel 1928, apprese della morte del suo ex comandante di reggimento. Maria Fjodorovna ha anche un, indiretto, legame con l’Italia, infatti una delle sue protegé a San Pietroburgo era la principessa Elena di Montenegro, che diventerà, sposatasi con Vittorio Emanuele di Savoia, regina d’Italia. Ed era proprio alla zarina che Elena, la quale veniva da una famiglia dai mezzi economici limitati, doveva il suo ricco trousseau de mariage.

I ritratti esposti nella mostra aperta nel 2006 nel palazzo Anitshkov di San Pietroburgo fanno fede della sua bellezza. Non tradiscono però la sua origine scandinava; scura di capelli e con occhi pure scuri sembra piuttosto figlia di santa madre Russia. Ma tale presto diventò.
Il 28 settembre del 2006 è stata tumulata nella chiesa della fortezza di Pietro e Paolo. Dopo 82 anni ha raggiunto, come era nei suoi desideri, il marito Alessandro III. Che l’aveva amata con passione e fedeltà, cosa rara, l’ultima, nella santa madre Russia. Nella stessa fortezza riposa suo figlio, Nicola II, a sua volta in compagnia dei familiari, giustiziati con lui quel tragico giorno di luglio del 1918 a Jekaterinburg. Fu la rivoluzione bolscevica a spazzare via dalla Russia, disperdendola o assassinandola, la famiglia imperiale. E dire che, un secolo e mezzo fa, l’arrivo della principessa Dagmar di Danimarca, poi diventata Maria, a San Pietroburgo era stato solenne e felice. Ora viene sepolta con altrettanta, anzi maggiore solennità. Alle esequie era accompagnata dal principe ereditario di Danimarca Frederik. Presenti anche gli ultimi discendenti dei Romanov, oramai sparsi un po’ per tutto il mondo. Strano funerale questo, che si teneva dopo tanto tempo, così tanto tempo che il lutto e il dolore si sono trasformati in gioia. Infatti non viene accompagnato all’ultimo riposo un caro estinto, ma un simbolo. Il simbolo di una riconciliazione di una nazione col proprio passato, perché la Russia di oggi, perfino la Russia dell’ex ufficiale del KGB Vladimir Putin, non può ignorare le proprie radici storiche in quella terra che sta tra Europa e Asia: l’Eurasia. Una concezione geopolitica che si dovrebbe riportare in auge, perché questa Europa di oggi, l’Unione che abbiamo davanti, non è che una formulazione politicamente astratta, un teorema da dimostrare che si basa soprattutto su una convenienza economica. Un’Europa senza anima, che traballa ad ogni scelta politicamente impegnativa, che teme di scontentare il grande fratello di oltre Atlantico, che si frammenta ad ogni decisione che potrebbe comportare una sua assunzione di un ruolo di grande potenza. Quest’Europa potrebbe avere bisogno un giorno della Russia. Delle sue ricchezze naturali, del suo esercito comunque ancora temibile, del suo potenziale umano. Delle sue steppe e delle sue foreste, della cultura di quel mondo che non è soltanto slavo, ma che si esprime attraverso la voce di tante altre nazionalità, in tante, altre lingue diverse dal russo. L’Eurasia che tanti scrittori russi hanno sognato e sognano, l’Eurasia che attraversò quel folle del barone baltico von Ungern Stenberg, che lo svedese Sven Hedin aiutò a scoprire, che l’allora colonnello Carl Gustaf Mannerheim percorse a cavallo per due anni nel 1906-1908.

la cerimonia per la sepoltura a San Pietroburgo di Maria Fjodorovna. Foto Hasse Ferrold

Maria Fjodorovna è tornata a casa. Lei danese in terra di Russia, sepolta in quella meravigliosa città così europea e al tempo stesso così slava che è San Pietroburgo. Il passato dell’Europa, il passato imperiale, fatto di orgoglio delle proprie antiche tradizioni, torna ad essere onorato. Un insegnamento per noi europei a ripartire per ritrovare noi stessi. 

Strano, scrivendo di Russia mi viene in mente quanto un giorno mi raccontò lo storico Franco Cardini, da poco tornato da quella Russia che tanto da giovani abbiamo amato. Il professore aveva appena terminato a Mosca il corso di russo. Doveva tenere alla classe un discorsino in quella lingua, che certamente molto non padroneggiava. Balbettò alcune frasi, alla disperata ricerca di una sintassi che, tra vodka e spumante delle notti moscovite, non aveva ben appreso. Ma terminò il suo discorso con l’unica frase corretta, di trozkiana memoria, che ricordava: “Compagni, a cavallo!”

Bentornata, imperatrice Maria Fjodorovna. Europei, montiamo a cavallo.