Lollo, Katso e Fika: piacevoli ambiguità dell’italiano all’estero

Il saluto che i thailandesi tradizionalmente si scambiano è “sawat dee khrap (khap se è una donna a dirlo)”, ma ora sento spesso dire “sawat dee ciao”. Insomma, il “ciao” italiano ha conquistato un’altra lingua. Ci sono vari modi per attestare la vitalità di una lingua. Uno di questi è di verificare il numero dei prestiti che essa ha diffuso all’estero. Ovviamente l’italiano ha recepito molti anglicismi, cioè parole che vengono in forma integrale o adattata dall’Inghilterra o dagli Stati Uniti, ma anche noi abbiamo sparso per il mondo i nostri vocaboli.

Di questi, e cioè degli italianismi, si era occupando un progetto di ricerca, curato dalla Sapienza di Roma in collaborazione con esperti di vari paesi, i cui risultati sono apparsi in varie pubblicazioni. Lo scopo della ricerca era di raccogliere le parole italiane che sono entrate a far parte del lessico delle lingue straniere. Si tratta di una indagine che ci illumina sia sulla forza della tradizione lessicale italiana (già dal medioevo ad esempio nelle varie lingue europee entrano in uso termini relativi all’economia, come conto, banco, cambio, giro, saldo o valuta) sia su quella culturale di più recente origine. Avremo così dolce vita, ma anche dolce far niente, da Dante è stato preso inferno, ma altri hanno trasmesso vendetta e mafia.

Nel finlandese gli italianismi sono entrati numerosi. Si tratta comunque di prestiti recenti, infatti la lingua finlandese comincia ad assumere una sua fisionomia lessicale ordinata e una dignità letteraria solo a partire dalla prima metà dell’Ottocento. In precedenza la lingua che assolveva allo scopo della cultura e dell’amministrazione era lo svedese, lingua del regno di cui la Finlandia ha fatto parte fino al 1809. Attorno al 1850 gli artisti e gli uomini di cultura finlandesi cominciano a seguire i sentieri del grand tour centripeto, che li portano anche in Italia, dove apprendono i rudimenti della nostra lingua.

La lingua italiana era stata introdotta presso l’università di Turku (fondata nel 1640) già alla fine del Seicento, essa spesso rientrava nelle competenze dello stesso insegnante che si occupava di danza e scherma, e questo conferma come l’italiano fosse non tanto lingua di comunicazione, come era allora il francese, quanto “lingua dei gentiluomini”. E idioma gentile l’italiano, per finlandesi e svedesi, lo è davvero e i nostri vocaboli entrano in queste lingue soprattutto come termini della cultura, agevolati, per quanto riguarda il finlandese, dalla vicinanza fonologica. La ricchezza di vocali è infatti una caratteristica sia dell’italiano che del finlandese e questo spiega come le parole italiane risultino gradevoli all’orecchio finlandese e viceversa, a parte qualche piccolo incidente di significato. Infatti in Finlandia sentirete spesso pronunciare una parola che colpirà il vostro udito, katso, che si pronuncia proprio come quella parola lì, ma vuol dire semplicemente guarda nella forma dell’imperativo. Dimenticavo, udito si dice kuulo.

Anni fa Anna Falchi fece sobbalzare sulle poltrone milioni di telespettatori italiani pronunciando in prima serata la frase finlandese (la bella Anna è di mamma finnica) katso merta, cioè guarda il mare. Girando per una città finlandese avrete bisogno di reperire un ottomatti, e cioè il bancomat, oppure vi imbatterete in un signore che si chiama Ossi oppure Unto e in una gentile, molto gentile, signorina che di nome fa Marketta (cioè Margherita).

Ma troverete anche tanti negozi che hanno una insegna in lingua italiana. La mia simpatica sarta, Merja, ha chiamato la sua sartoria Vestito; a Helsinki per molti anni la Lollobrigida aveva dato il nome alla catena di negozi di biancheria intima Lollo, oltre che a una famosa insalata riccia. Naturalmente proliferano i locali pubblici con nomi tipo Trattoria romana, oppure Il Treno, o Buonasera Signorina. Gli italianismi vengono aggiornati e con la caduta del comunismo, a Helsinki è scomparsa la Trattoria Peppone, diventata Trattoria Singapore.

Gli italianismi pullulano, come in altre lingue, nel campo dell’arte, subendo qualche adattamento grafico (ad esempio torsso, terrakotta, veranta) come della musica (andante, pianissimo, allegretto). La loro popolarità è tale che alcuni anni fa la marca di caffè Paulig lanciò una campagna pubblicitaria che utilizzava l’immagine di una tazzina fumante, chiaro invito a socializzare, accompagnata da un termine musicale, generalmente italiano. Esaurita la serie di allegro, appassionato e simili, arrivò a lanciare anche funebre, forse non rendendosi ben conto del significato del termine.

Esistono anche i falsi italianismi, come quello che compare nell’insegna della caffetteria Fika di Turku nelle vicinanze dell’università (fika indica in svedese uno spuntino).

In Maariankatu, nel centro di Turku, il passante italiano potrà chiedersi che cosa vende il negozio Bella cosa. Presto detto: un giorno la proprietaria di un pornoshop telefonò al nostro dipartimento, chiedendo come si scriveva il nome che aveva pensato per il suo nuovo negozio, che era “Bella f…..”. Cortesemente la collega spiegò che un simil marchionimo risultava essere alquanto pesante, si addivenne  a un compromesso linguistico e nacque il nome “Bella cosa”.

I pubblicitari dovrebbero approfondire la conoscenza della nostra lingua, infatti in Svezia una marca di alimentari lanciò anni fa la pasta alla puttanesca con lo slogan du är vad du äter, e cioè sei ciò che mangi. Insomma, anche la dieta mediterranea può avere effetti collaterali. (CdI-77)