La lingua tagliata

Si avvicina la tradizionale settimana della lingua italiana nel mondo, che cade d’ottobre. All’Università di Turku col collega prof. Antonio Sciacovelli stiamo già meditando su come organizzarla. Si tratta di una iniziativa lanciata a suo tempo dal governo di centro-destra, arrivata alla sua diciannovesima edizione. Lo scopo della settimana è di concentrare nel corso di alcuni giorni una serie di avvenimenti culturali che fanno riferimento appunto alla diffusione della nostra lingua all’estero.

Quest’anno si è voluto uscire dal tema puramente linguistico per affrontare quello del teatro, seppur inteso in senso lato (“una lingua in scena”). A partire dal 2001 quindi si sono moltiplicati gli sforzi tesi a favorire una maggiore diffusione della lingua e della cultura italiana, oggi sempre più popolari. La crescita costante (per certi paesi, come ad esempio la Cina e il Giappone addirittura esponenziale) delle attività legate all’insegnamento della nostra lingua si spiega innanzitutto in base ad una naturale evoluzione che porta verso la diffusione delle lingue cosiddette minori. In un certo senso si può affermare che lingue come l’inglese e il francese hanno per così dire fatto il pieno, lasciando spazio appunto ad altre lingue, meno diffuse fino ad oggi, che però hanno il pregio di essere meno spersonalizzate, riflettendo meglio i rapporti culturali, sociali ed economici intessuti tra due paesi.

Per fare un esempio, se lo scambio in questi settori tra Italia e Cina aumenta, è naturale che in Cina si desideri studiare l’italiano, in modo da ridurre il gap nella comunicazione. Condurre una trattativa economica senza l’ausilio di un interprete, parlando la lingua del partner non è soltanto manifestazione di cortesia, ma avvicina gli interlocutori, creando un clima favorevole alla mutua comprensione. Altro motivo che spiega la popolarità oggi della nostra lingua va ricercato, per l’Europa, nella sua progressiva integrazione. Pur essendo vero che per ragioni di costo negli ultimi anni si è cercato di limitare se non addirittura abolire il principio che ogni documento o discorso dell’Unione Europea vada tradotto in tutte le lingue dell’Unione, è anche vero che il ricorso alle cosiddette lingue d’uso (inglese, francese e tedesco), che andava a discapito delle altre lingue comunitarie, non è stato generalizzato.

Infine, i sistemi scolastici delle nazioni europee, e non solo di queste, si sono evoluti verso il concetto di pluralità delle lingue insegnate. In molti paesi oggi si studiano tre-quattro lingue straniere (in Finlandia e in Scandinavia, nell’arco della carriera scolastica, addirittura cinque o sei), e di queste almeno una è di solito “minore”. Questo crea spazio per l’italiano, che di conseguenza si inserisce molto bene nei programmi scolastici, raccogliendo il favore di genitori ed alunni.

Infine, il sempre crescente movimento turistico stimola il desiderio di conoscere almeno i rudimenti della lingua del paese in cui progettiamo di passare le vacanze e quindi molti europei frequentano i corsi serali di università popolari o della terza età. La popolarità della nostra lingua è confermata dalla diffusione in ogni paese di marchionimi italiani, e cioè si assiste alla fioritura di nomi italiani dati ad esercizi pubblici, prodotti alimentari, marche di vario genere.

Tutto bene dunque? Niente affatto. La diffusione delle lingue minori, e di conseguenza anche dell’italiano, è ostacolata dai tagli che oramai in ogni paese europeo investono la scuola e le attività culturali in generale. Nulla di più facile, per il burocrate che deve tagliare una certa percentuale del bilancio di una scuola, che far calare la mannaia sui corsi, spesso facoltativi, di lingue straniere. Per l’Italia la situazione è particolarmente grave. All’interno infatti si registra una scuola ancora molto arretrata rispetto agli standard europei, che stenta a introdurre addirittura la seconda lingua straniera (ma si veda al contrario le scelte in Finlandia come riportato su La Rondine) e che quindi non concede alcuno spazio alle lingue minori, le quali sarebbero estremamente utili, considerato sia i rapporti che abbiamo con i paesi confinanti (nessuno di lingua inglese e due soli di lingua francese), anche a sud del Mediterraneo, sia l’ampiezza di comunità allofone.

Lo studio dello spagnolo, dell’arabo e, perché no, del cinese, sarebbe estremamente utile non solo per meglio capire ed avvicinare queste comunità di extracomunitari, ma anche per meglio comunicare con partner commerciali oggi di estremo interesse.

Per quanto riguarda l’esterno, la disastrosa finanziaria imposta di anno in anno in parlamento fa fare tagli drastici anche nel campo delle attività didattiche e culturali destinate all’estero. Il mondo dei diplomatici, del personale degli istituti di cultura, delle scuole italiane all’estero, dei lettori universitari è in agitazione. Sono state avanzate proposte di riduzioni sostanziose dei fondi destinati a scuole ed attività culturali, ma anche degli stipendi.

E’ noto che chi presta servizio all’estero riceve un congruo compenso per questa sua missione, che spesso però lo porta lontano dalla famiglia o in aree del mondo non del tutto piacevoli o tranquille. Questo compenso è però ripagato dalla professionalità di chi svolge il lavoro di diplomatico o di operatore culturale (per questi ultimi, è vero, qualche miglioramento potrebbe essere fatto, perfezionando la loro preparazione proprio come insegnanti per stranieri). D’altra parte, la professionalità va pagata, e l’appiattimento dei salari proposto da una certa sinistra non agevolerebbe affatto il reclutamento di personale adatto a svolgere compiti impegnativi quali sono appunto quelli di rappresentare il nostro Paese all’estero. (Dai confini dell’impero- 79)