L’Italia è vicina al Polo

Mercoledì 25 settembre si è tenuto presso il dipartimento di italiano dell’università di Turku un convegno dedicato ai 100 anni delle relazioni diplomatiche tra Italia e Finlandia. Fu infatti nel 1919 che i nostri due Paesi, seppure in ritardo rispetto ad altri, strinsero le relazioni diplomatiche, che facevano seguito al riconoscimento della Finlandia indipendente da parte dell’Italia.

La storia di queste relazioni è stata illustrata dall’ambasciatore d’Italia a Helsinki, Gabriele Altana, che ha sintetizzato quanto aveva pubblicato sul numero del “trentennale” della rivista Settentrione (2018), “L’Italia e il riconoscimento dell’indipendenza finlandese”. L’Ambasciatore Altana, validissimo storico (ha recentemente pubblicato L’Italia fascista e la Cina. Un breve idillio, Aracne 2017)  raccoglie e continua una eredità di uomini di cultura che hanno svolto la funzione di capo delegazione a Helsinki. Lo stesso Altana, in apertura del suo discorso, ha voluto menzionare alcuni dei suoi predecessori, validissimi rappresentanti non solo di una diplomazia ma anche di una cultura di alto livello. Ha dunque ricordato Paolo Vita-Finzi (a Helsinki 1951-1953); Filippo Zappi (1953-1956) e Roberto Ducci (1958-1962). Da parte mia aggiungerei anche Ugo Barzini (1977-1980) un gentiluomo molto noto nel campo degli studi araldici) e, per l’anteguerra, Attilio Tamaro (1930-1935), su cui Andrea Rizzi ha discuso la tesi di dottorato a Turku, e Ottaviano Koch (1935-1939), insomma una bellissima tradizione che fa onore al ministero degli esteri italiano. Di Zappi, l’ambasciatore Altana ha ricordato che fece parte della spedizione Nobile al Polo Nord nel 1928. Fu uno dei “naufraghi” del dirigibile Italia, partito con lo svedese Malmberg alla ricerca di soccorsi, sopravvisse per miracolo alla tremenda marcia sul pack. Una curiosità: tra il 1988 e il 1993 fu ambasciatore a Helsinki il conte Giancarlo Carrara-Cagni, nipote dell’ammiraglio Cagni, che pure svolse un ruolo fondamentale in relazione alla spedizione di Nobile. Carrara-Cagni mi parlò di un diario dell’avo, ancora inedito, ma il progetto di pubblicarlo non andò in porto.

Non ho conosciuto Zappi, ma il suo nome l’ho incontrato spesso nei miei studi “polari”. Avendo scritto in altra sede sulla spedizione Nobile, non tornerò sull’argomento. Anni fa andai sulle tracce di Umberto Nobile, prima a Narvik e poi a Tromsö, da dove partii per le isole Svalbard, dove Nobile impiantò la sua base prima di iniziare il tragico volo conclusosi con la caduta della navicella dell’Italia sul pack.

Ma a Narvik trovai altri ricordi. Quello di Narvik è infatti un nome familiare a chi si interessa di storia della seconda guerra mondiale. Il 9 aprile del 1940 i tedeschi la occuparono. Ne furono poco dopo allontanati da una massiccia offensiva alleata, ma la ripresero due mesi più tardi, per tenerla fino alla fine del conflitto. Narvik rappresenta il teatro di guerra più settentrionale nel quale operò la Legione straniera, nei cui ranghi non pochi erano gli italiani. Nel febbraio del 1940 era stata formata la 13a semibrigata da montagna, inizialmente destinata ad un intervento in Finlandia contro l’URSS, ma poi dirottata verso la Norvegia. Il 13 maggio del 1940 i legionari sbarcarono sul suolo norvegese, conseguendo rapidi successi. Il 28 maggio ha luogo un altro sbarco, con l’obiettivo di tagliare la ferrovia che unisce Narvik alla Svezia. Il 1o battaglione di legionari entra in Narvik, abbandonata dalle truppe germaniche. Ma la situazione sul fronte francese peggiora di giorno in giorno e i legionari vengono richiamati. Il 6 giugno abbandonano Narvik, dove rientrano i tedeschi. Un carro armato francese fa ora da monumento nel centro cittadino. Un’altra ardita incursione fu quella dei commandos inglesi del generale J.C. Haydon, che il 4 marzo del 1941 sbarcano nelle isole Lofoten, provocando gravi danni ai depositi di petrolio e benzina, utilizzati dalla flotta tedesca che teneva sotto minaccia la vitale rotta di Murmansk.

Il carro armato Hotchkiss H35 nel centro di Narvik

Posso seguire le varie fasi della storia militare di Narvik nel piccolo, ma ricco di cimeli, museo della città, il Nordland röde kors krigsminnemuseum. Narvik si trova oltre il Circolo polare artico. Ci vivono poco più di ventimila abitanti. Alle spalle, i desolati fjäll, le montagne della Norvegia e di fronte il gelido oceano Atlantico. Perché tanto accanimento nel conquistarla? Narvik era, ed è, un importante porto. Qui infatti arriva il minerale ferroso estratto nelle miniere svedesi di Kiruna e Jällivaara, caricato sui vagoni che una ardita ferrovia porta appunto a Narvik dove, grazie alla corrente del Golfo, il mare è stato libero dai ghiacci tutto l’anno, prima ancora che iniziasse il tragico scioglimento della calotta polare cui stiamo ora assistendo. La città si trova in fondo al fiordo di Ofoten, che lo protegge dalle tempeste del Nord Atlantico.

Narvik è anche uno dei nodi principali della discussa ferrovia artica

A qualche chilometro di distanza da Narvik si trova la casa natale di Knut Hamsun. Il Nordland è del resto la regione che spesso ricorre nei romanzi del grande norvegese. La terra gelida d’inverno, che rifiorisce d’estate, che nutre l’uomo del Nord e la sua anima. Hamsun a Narvik è molto popolare. Me ne parlò Lars Hansen Juvik, che stava preparando un progetto proprio per valorizzare Hamsun in relazione a questa regione della Norvegia settentrionale. Del resto nelle librerie di Oslo gli scritti di Hamsun si trovano bene in evidenza sugli scaffali e se ne fanno continuamente nuove edizioni e traduzioni. In un certo senso, la Norvegia sembra volersi riappropriare del suo più grande scrittore moderno, e la coscienza norvegese non è più dibattuta tra l’amore per la sua letteratura e il desiderio di continuarne la damnatio memoriae del Premio Nobel condannato per collaborazionismo e salvatosi dall’impiccagione grazie alla sua veneranda età. Terra di ricordi, questa, per noi italiani. In fondo al fiordo spuntano le isole Lofoten. Si possono ammirare dal piccolo bimotore che le sorvola sulla rotta da Bodö a Narvik. Già coperte di neve, come le vide, sei secoli fa, Pietro Querini, il mercante veneziano che vi fece naufragio con alcuni compagni nel 1432. Furono salvati, dopo settimane di stenti, dagli abitanti della più meridionale delle Lofoten, l’isola di Röst, dove rimasero per alcuni mesi prima di fare ritorno a Venezia. Querini e due suoi compagni scrissero una relazione del loro viaggio, divenuta famosa grazie alla pubblicazione che ne fece Giambattista Ramusio nel 1558. Chiedo di Querini, pensando che sia un nome dimenticato. Invece qui lo conoscono tutti.

A Röst gli hanno eretto un monumento, opera di un artista italiano. Incontro l’ex sindaco della cittadina. Mi parla dei frequenti contatti che gli abitanti di Röst tengono con l’Italia, un cliente prezioso per il loro merluzzo. Ne trattò già Querini, di questo pesce steso ad asciugare lungo la riva dei fiordi, lo stoccafisso e il baccalà di tante nostre ricette. Mi ero immaginato la comunità di Röst come isolata, sperduta in un Atlantico arcigno, ma non è così. Hanno un piccolo areoprto e sono in contatto col mondo grazie alla televisone e a internet. Viaggiano e commerciano, oltre a pescare il merluzzo. E amano l’Italia. Certo non solo per via del veneziano Querini, ma anche di quel merluzzo che siamo proprio noi a comprare a miglior prezzo. Ma qui l’Italia è del resto popolare. Tra i partecipanti al convegno “Incontri di cultura nella Calotta Artica”, dove ho parlato dei viaggiatori italiani in Lapponia, trovo numerosi amici del nostro paese. Anita Westbrandt, bibliotecaria di Luleå, nel nord della Svezia, ha studiato la nostra lingua per corrispondenza telematica. Ama profondamente l’Italia e insieme a Lars Hansen Juvik ha condotto il progetto di studio Verso l’estrema Thule, che riguarda i viaggiatori italiani nelle regioni subartiche, completata da una esauriente bibliografia (Viaggi italiani sulla Calotta polare artica prima del 1945). La sera, a cena, in un capannone in legno che serve da deposito per le caratteristiche barche locali, discendenti dei drakkar vichinghi, dove ci viene offerto il tradizionale baccalà, accanto a me era seduto Olaf Steen, storico dell’arte, appassionato di Roma, che parla benissimo l’italiano. E altri ancora, nel corso di questi giorni mi si rivolgeranno in italiano. Qualcuno ancora non lo parla, come Anu Riestola, di antenati lapponi, artista di Rovaniemi, ma desidera andare in Italia. Non è facile andarci da qui. Nel centro di Narvik c’è un cartello: Roma 3978 chilometri. E’ più vicino il Polo Nord, soltanto 2407 chilometri. Personalmente più della Roma di oggi, disastrata dalla politica, mi attira il Polo. Un po’ freddino, ma certamente meglio amministrato. E poi, forse Greta ha ragione: tra qualche anno lì sarà come stare a Rapallo. (Dai Confini dell’impero 80)