L’incrociatore Aurora è una bufala pazzesca

Il Russiagate impazza negli Stati Uniti, ma anche noi in Italia, sempre pronti ad imitare le mode d’Oltreoceano, abbiamo i nostri problemi con gli amici del Kremlino. Le critiche alla Russia, si sa, hanno però antiche radici. Il grido liberatore del ragionier Fantozzi, che definì il film di Sergei Eisenstein “La corazzata Potëmkin” con un termine non proprio da fine critico d’arte, è rimasto infatti celebre. Non so se il ragioniere, in visita aziendale, avesse mai visitato Leningrado, poi tornata ad essere San Pietroburgo. Se ci fosse stato, si sarebbe potuto pronunciare in maniera non dissimile, seppur per diversi motivi, a proposito dell’incrociatore Aurora.

Quando, nel lontano 1971, visitai per la prima volta Leningrado, mi colpì la rapidità con cui, e non c’era scampo, intruppati come eravamo da una severa guida dell’Inturist, già certamente agente di custodia in un gulag siberiano, ci fecero visitare l’Eremitage, mentre ci toccò ammirare, fotografare e lodare l’incrociatore fino a che, era gennaio, i primi, i più deboli del gruppo, cominciarono a dare chiari segni di congelamento col rischio di piombare nella Neva, comunque gelata. L’Aurora faceva infatti bella mostra di sé di fronte all’edificio dell’Accademia della marina. Secondo la vulgata, nel 1917 da un suo cannone fu sparato il colpo a salve che diede il segnale dell’attacco al Palazzo d’inverno, e cioè, in sostanza, dell’inizio della rivoluzione di ottobre. I duri volti dei marinai bolscevichi ci sono peraltro ben noti tramite appunto Eisenstein.

Che i marinai della flotta imperiale fossero mossi da buoni motivi per avercela con lo zar Nicola, è comunque comprensibile, dati gli avvenimenti del 1905, e cioè della guerra russo-giapponese, quando la flotta russa venne distrutta nella battaglia di Tsushima.

Caduto il comunismo, certi miti hanno però cominciato ad indebolirsi e anche all’ombra del Kremlino si è sviluppato il revisionismo. Lo Smena, giornale pietroburghese, un quindicina di anni fa ebbe a scrivere che l’incrociatore Aurora in realtà aveva ben poco a che fare con la nave che rivestì un ruolo così importante nella storia del mondo. L’Aurora era stata varata nel 1900 e nel 1903 era entrata a far parte della flotta del Baltico. Danneggiata nella guerra col Giappone, comunque se la cavò per partecipare poi, oltre che alla rivoluzione, al primo e al secondo conflitto mondiale. Al termine di quest’ultimo la nave fu trasferita a Kronstadt, per essere riparata nel locale cantiere. Qui, tra le altre modifiche, vennero sostituiti i cannoni. Quello che aveva sparato il famoso colpo finì in una fornace. La parte dello scafo, sempre secondo il giornale pietroburghese, venne totalmente rifatta, dopodiché  l’Aurora poté tornare, oramai nave da museo, sulla riva della Neva.

L’Aurora nel 1905

Lo scafo, restato nel cantiere, era però una presenza un po’ imbarazzante per la gloria sovietica e fu fatto di conseguenza scomparire. Nel 1987 venne rimorchiato a Rutsh, sulla riva meridionale del Golfo di Finlandia. A poco a poco, gli abitanti del luogo lo spogliarono di tutto quanto poteva essere riutilizzato o riciclato. Strana architettura quella del villaggio, abbellita da passamanerie in ferro, da lampade in ottone e altri oggetti di fine fattura. I gabinetti (che spesso nei villaggi russi si trovano all’esterno delle case, trattandosi di gabbiotti di legno) da quelle parti hanno talora come finestrella un oblò. Con la bassa marea, l’Aurora, il glorioso incrociatore, si poteva ancora vedere, per quello che ne rimane. Il simbolo della rivoluzione comunista si è arrugginito.

La storia, si sa, è fatta dagli storici, ma viene spesso utilizzata ad usum delphini; si ricorda quello che si vuole ricordare, si esalta la Memoria, addirittura celebrata in giorni solenni, ma si preferisce dimenticare altre pagine che in quel momento politico non sono politically correct. Sto in questi giorni leggendo “Gli italiani in Russia 1941-1943”, un libro di Giulio Bedeschi (l’autore del racconto dell’epopea alpina in Russia), che giustamente dice che ricordiamo l’eroismo della ritirata della campagna di Russia ma non quello della precedente avanzata. Ma si sa, noi italiani preferiamo additare alla Memoria le sconfitte belliche piuttosto che le avanzate.

Ci sono sopravvissuti e sopravvissuti, alcuni ricordati ed altri obliati, come se i campi di prigionia o di sterminio fossero diversi a seconda della loro locazione. Sulla lontana Siberia, dove, oltre a molti finlandesi addirittura comunisti, finirono anche tanti soldati italiani (moltissimi vi morirono, e una parte dei sopravvissuti ne tornò solo agli inizi degli anni Cinquanta) si tace prudentemente; il conto dei milioni di vittime fatte da differenti ideologie diventa talora imbarazzante, quindi è meglio lasciar perdere.

Ma questo non vuol dire che il nostro dovere di storici non debba essere quello di scrivere, o riscrivere, la storia come appare dalle ricerche più recenti, senza preclusioni ideologiche.

E, dopotutto, Fantozzi aveva torto. “La Corazzata Potëmkin” è un bellissimo film. (Dai confini – 81)