Alle radici della letteratura di montagna

La letteratura italiana approda abbastan­za tardi all’ispirazione alpina. La montagna nel suo comp­lesso, come fenomeno non puramente paesaggistico, stenta a penetrarvi. Importantissimo fu perciò il contributo del Club Alpino, fondato nel nostro paese nel 1863 da Quin­tino Sella, grazie anche alla preziosa Rivista Mensile sulla quale, a partire dal 1882, scriveranno molti degli “intellettuali della montag­na” più autorevoli. Punto di partenza è quel Monte Cervino di Guido Rey (1904) che non è soltanto una storia delle conquiste delle alte quote, ma anche una testimonian­za artistica di che cosa sia la spiri­tualità alpinistica intesa in senso lato. Al filone alpinistico appartengono anche quei romanzi che, frutto del primo conflitto mon­diale, indirizzavano l’attenzione verso l’ele­mento umano non più visto in quanto individualità, come nel racconto “classico” dell’alpinismo. Parliamo dei romanzi dedicati agli alpini, o che comunque narrano di vicende belliche che si svolgono anche sulle nostre Alpi; il più famoso è certamente Il piccolo alpino di Salvator Gotta (1926) mentre per qualità si distin­guono Con me e con gli alpini di Piero Jahier (1919) e Le scarpe al sole di Paolo Monelli (1921). Mentre gli anni Dieci sono caratte­rizzati dall’esperienza della guerra e dal clima spirituale che la prece­dette, si veda Il mio Carso di Scipio Slataper del 1912, che comunque resta nell’ambito dell’allegoria vitalistica della montagna, gli anni Venti e Trenta risentono più direttamente delle vicende alpinis­tiche, infatti questa è l’epo­ca d’oro del nostro alpinismo, che contese a tedeschi e austriaci il primato sulle vette. Nel 1926 entra in uso la scala Welzenbach, con la quale il livello massimo di difficoltà in parete è fissato al sesto grado, che rapp­resen­ta ora l’est­rema frontiera dell’abi­lità tecnica, ma anche la soglia dello Spirito, sia esso “nietzs­chiano” o “ger­manico” o “romano”. L’oriz­zonte puramente letterario è comunque ancora circosc­ritto e in questi anni l’autore più valido su un piano artistico è di lingua tedes­ca; si tratta di quel Luis Tren­ker (1892-1990), ottimo scalatore, regista cinematografico sudtirolese, autore del “classi­co” Berge in Flammen del 1924. Trenker durante la prima guerra mondiale aveva combattuto nelle file dell’esercito imperiale; è questa l’ esperienza bellica e umana che trasfuse nel suo romanzo, da cui più tardi, in Germania, trasse un film. E’ ancora nel mondo cultu­rale che sta al confine tra Italia e Germa­nia che troveremo quell’interessante personaggio che è il triestino di lingua tedesca Julius Kugy (1858-1944), alpinista, filoso­fo e poeta con forti venatu­re mistiche.

Un fenome­no rela­tivamente più moderno è quello delle auto­biografie scritte da alpinisti celebri. Nel secon­do dopo­guerra la pressione dei media è del resto tale da imporre la montagna come spettacolo e quindi chi la sale in condi­zioni estreme assurge ugualmente alle vette della noto­rietà. Non c’è dunque stato grande alpinista che non abbia lasciato una sua spiegazione del proprio perché alpinisti­co, da Riccardo Cassin (Cinquant’­anni d’alpinismo, 1977) a Walter Bonatti (I giorni grandi, 1971 e Le mie montagne, 1978); da Carlo Mauri (Quando il rischio è vita, 1975) a Cesare Maestri (Arrampicare è il mio mes­tiere, 1961). E’ però soprattutto Rein­hold Messner, il sudtirolese di Funes, che ha cercato di varcare la soglia del tradi­zionale libro di memorie, per entrare in territori meno convenzionali dell’esperienza delle alte o altissime quote. La sua produzione, molto ricca, anche per motivi di autofinanziamento, lo colloca a metà tra l’autore “tecnico” e quello “intellettu­ale”. Anzi, nel suo caso, ci troviamo già vicini a quella dimen­sione che sarebbe più corretto definire come “metafisica”. Mess­ner infatti, un “solitario” e non soltanto in senso stret­tamente alpinisti­co, è tornato alle fonti dello spiri­tu­alismo alpino, facen­do della mon­tagna la via da seguire per conoscere se stes­si.

Tra la seconda metà degli anni Venti e gli anni Trenta il dibatti­to sul significato della montagna, soprattut­to da parte tedesca e italia­na, si approfon­disce. Non sono ora estranei i motivi ide­ologi­ci. Per fortuna la montagna non vede divisioni tra pareti fasciste e antifasciste, tra vie di destra e di sinistra, ma è chiaro che la tensione spiri­tuale, il desi­derio di dimost­rare che l'”uomo nuovo” esiste realmente, si applica anche alle alte quote d’Europa. Alle radici di questo atteggiame­nto assunto dalla letteratura alpinistica si trova natural­mente il romanticismo, e quanto di esso sop­ravvive in opere di autori come i citati Guido Rey e Julius Kugy. Sia Rey che Kuby non raggiungono però quelle punte estreme di passione e di esaltazione quasi metafisica tipiche della letteratura tedesca. Kugy da parte sua rievocava il fascino di un certo mondo militare (“Erwin è caduto nel ’15 per l’imperatore e per la patria, sul Lip­nik, sopra la Planina Golobar. Una granata a mezzanotte” (Dal tempo passato, tr. it., 1982).

Come abbiamo visto, il 1926, nella storia dell’alpinismo, rappresenta uno spartiacque. Il nuovo grado inserito nella scala delle difficoltà non viene a significare soltanto un adeguamento formale, ma anche una nuova sfida, un nuovo tetto da superare. La sfida è prima di tutto contro se stessi, ma anche tra scuole nazionali, soprattutto quella tedesca e quella italiana. Tra gli italiani che la raccoglieranno troviamo alcuni nomi di eccelsi arrampicatori che sono pure teorizzatori della filosofia alpinistica, come Emilio Comici e soprattutto Domenico Rudatis.

Sia ben chiaro, essi si muovono verso le cime indipendente­mente dalle esigenze di propaganda e di regime, ma è indub­bio che il culto della virilità, della prestanza fisica, del coraggio, dell’eroismo insomma, agisce come spinta. L’ideolo­gia, in Italia, e qualche anno più tardi in Germa­nia, richiede anche delle vittime, come nel caso della sfida alla morte lanciata dai tedeschi sulla nord dell’Ei­ger.

E’ vero che la morte di Comici su una roccia di allenamento della Vallunga in Val Gardena non è che un maledetto scherzo del destino, ma egli i limiti assolu­ti, che sono quelli dello spirito piuttosto che del corpo, li aveva effettivamente rag­giunti. Questo messaggio di eroismo applicato all’elem­ento montano, è del resto chiaro in Comici, o per lo meno lo è a chi ne interpretò la missione, intitolandone le postume memorie Alpinismo eroico.

Il romanzo o il racconto di fantasia legato all’al­pinismo riflette queste tensioni e queste moti­vazioni. La narrativa estera forse in misura maggiore di quella italia­na ha saputo rievocare atmosfere tipiche dell’­ambiente alpino. Essa, in genera­le, si svolge su una trac­cia che è, per forza di cose, predisposta. Il rapporto tra uomo e montagna ovviamente limita la possibi­lità di crea­zione, ma non l’inventiva poetica. Il pericolo di scadere nello stereotipo, nel topos, è comunque grande e molti scrittori scompariranno, col passa­re degli anni, nelle crepacciate dei luoghi comu­ni. L’es­senzialità degli elemen­ti che formano il gioco narrativo permette però di giungere con maggiore rapidità all’essenza delle cose, alle radici della tematica, che, ripetiamolo, è molto semplice. Il legame tra ascesa fisica e ascesa spirituale appare fin dagli inizi della letteratura alpinistica, intesa qui in senso lato, comprendente quindi anche quella più specificatamente tecnica, come un elemento condizionan­te. E non potrebbe essere altrimenti, dato l’ambiente in cui l’alpinista si muove. La montagna è cioè sia movimento, azione, che contemplazione; sono questi i due elementi che ricorrono nelle pagine di quegli autori, a partire da Dino Buzzati, a nostro parere il più affascinante descrittore del mondo della montagna, che si sono avvicinati alla montagna non da semplici sportivi o turisti.

Dopo il 1972, anno della morte di Buzzati, la letteratura alpinistica si è sviluppata soprattutto grazie al libro di descrizione della montagna e della sua conquista, piuttosto che del racconto creativo. Ci sono stati anche tentativi di unire i due elementi, basati, come si è detto, soprattutto sull’autobiografismo, una componente fortissima di questo genere letterario, dato che è quasi impossibile che un non esperto di montagna riesca a fare di essa la struttura portante del proprio racconto. In questo genere preminente­mente autobiografico alcuni autori si sono segnalati in modo particolare. Ricorderemo ancora Rolly Marchi che nel 1989 ristampa Le mani dure del 1974, libro un po’ romanzo di fantasia e un po’ memoria. Lo citiamo non solo per il suo valore intrinseco, ma anche perché Marchi fu amico e com­pagno di Buzzati. Con lui Buzzati compì la sua ultima ascensione nell’ottobre del 1966, salendo la Croda da Lago. Marchi intreccia la vicenda di quattro alpinisti che sento­no sì il forte richiamo della montagna, ma anche avvertono, come una presenza oscura, la paura di essa. Il tema della paura è del resto prettamente buzzattiano, ed esso coinvolge sia la montagna in assoluto come ambien­te miste­rioso e talora perfido, sia l’esperienza più specifica dello scalatore, che deve, una volta poste le mani dure sulla roccia, confrontarsi con questo “sale dell’alpinis­mo”. La paura si lega alla morte, secondo Marchi, e anche questo è un momento di riflessione buzzat­tiana, dato che la fine tragica aleg­gia, costante, nei suoi scritti di montag­na, anche se Marchi non nasconde il senso cupo dell’­attra­zione per questa “ipotesi finale di una morte corag­giosa e perfetta”. Questa morte “coraggiosa e perfetta” sembra avere come scenario ideale proprio la montagna, le Dolomiti insanguinate della prima guerra mondiale e le Alpi e gli Appennini dell’epopea partigiana. Ad altri, i vinti nella storia ma non nell’anima, resterà una ridotta alpina.